Saharawi

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Nel 2008, grazie alle scuole superiori che frequentavo e al comune della mia città, riuscii a partecipare a un viaggio educativo in Africa; era una specie di viaggio/missione di pace, nell’Africa Nord occidentale.

Non so molto di politica, ma vi voglio accennare qualcosa per farvi capire i motivi per cui vengono organizzati questi viaggi dall’Italia.

Chi sono i Saharawi? Il nome significa “sahariano” (proveniente dal Sahara) e sono un popolo nomade senza nazione, o meglio in esilio, che si è insediato in un territorio tra l’Algeria, la Mauritania e il Marocco. In pratica, a causa di guerre per accaparrarsi il territorio di questi saharawi, che sarebbe il Shahara occidentale, vennero esiliati lontani dalla loro terra,  in tendopoli da loro costruite. Il Marocco è il principale cattivone che li lascia vivere lontani dalle coste, dalle città, dal mare, dai familiari. In principio ci fu un genocidio, ed è questa la principale causa per cui i saharawi dovettero scappare e imparare a vivere nel caldo e immenso deserto del Sahara.

L’italia e in particolare alcune città toscane, mandano cibo e altri viveri di prima necessità ogni anno, in questi territori, oltre a sensibilizzare il mondo al problema dell’esilio saharawi. Questo è quello che poi andammo principalmente a fare, ma per noi c’era qualcos’altro di immensamente entusiasmante da scoprire, che è la loro cultura.

Sono passati tanti anni e non ricordo tutto, inoltre parlerò dal punto di vista di una ragazza di 18 anni. Ricordo che un giorno a scuola ci dissero che sarebbero stati scelti due studenti  fra la mia scuola superiore e un’altra. Io non so, ma era come se sentissi che ci sarei andata io, nonostante fosse quasi impossibile, infatti scelsero un’altra ragazza, ma io ancora avevo questa sensazione che dovevo andarci a tutti i costi. Ricordo l’entusiasmo che provai quando la professoressa di storia dell’arte mi disse una cosa tipo: la ragazza che avevano pescato per l’altra scuola non può andarci, quindi andrai tu perché sei l’unica con un passaporto valido. Non potevo crederci!

Ci avevano parlato poco di questa storia dei viaggi in Africa che organizzava il comune, non avevo capito bene cosa andavamo a fare, ma sapevo che sarei andata in Africa, in un altro continente, ero entusiasta! (Essendo piccola, per me era come andare a fare una vacanza diversa dal solito, ma adesso so quanto siano importanti i nostri aiuti, soprattutto per quanto riguarda la sensibilizzazione al problema dell’indipendenza saharawi).

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Mi ricordo che dopo che mi scelsero però, ci fu un ragazzo il quale aveva la madre che lavorava nel comune e disse che sarebbe andato lui, che lo avevano già deciso, dato che la mamma aveva parlato mi sembra con i professori per dirgli che voleva mandare il figlio. La mia professoressa di storia dell’arte, che era una tipa determinata e un po’ rabbiosa, si infuriò col ragazzo, ricordo ancora la scena quando durante la ricreazione gli disse: “Voi raccomandati avete rotto!!! Non mi interessa se tua madre lavora in comune!! È stata scelta Silvia e ci va lei!!”. Mi sembra che la prof parlò pure con la madre di questo ragazzo al telefono, ma non ricordo bene. In ogni caso ero felicissima che la prof mi aveva difesa e non vedevo l’ora di partire!

Dopo qualche mese di preparativi, partimmo dall’aeroporto con destinazione Algeria. All’aeroporto conobbi gli altri studenti provenienti da altre provincie. Ero molto titubante al tempo perché non conoscevo nessuno, ma fin da subito invece mi piacquero tutti gli altri compagni, eravamo circa una dozzina, più altre persone tra cui il nostro assessore alla cultura, tutti entusiasti di partire per questa affascinante avventura. Il viaggio in aereo andò bene, arrivati in Algeria si iniziava a vedere il deserto, era qualcosa di affascinante e misterioso! Poi dovemmo prendere un altro piccolo aereo che ci avrebbe portati in un piccolo aeroporto al confine del sud Algeria, ricordo che una mia compagna stette male, forse l’aereo sballottava un po’ e comunque il viaggio fu molto lungo quindi eravamo parecchio stanchi. Non mi sembrava vero di toccare con i piedi il deserto, mi sembrava di essere in un posto così diverso dall’Europa, il clima, le persone, l’atmosfera, era tutto diverso. Atterrati con l’aereo ci attendeva un lunghissimo viaggio di due ore con una jeep, guidata da un uomo del posto; il viaggio sembrava molto più lungo forse perché eravamo nel nulla più assoluto, intorno alla jeep infatti c’era il deserto, in ogni lato, l’orizzonte finiva col deserto e ti sembrava di non muoverti di un kilometro perché non avevi punti di riferimento visivi. Il deserto in quei punti non è quello che vediamo di solito in tv o nelle immagini con le dune alte e dorate, ma è un deserto piatto, completamente piatto e immenso. A un certo punto fece buio e ci addormentammo nella jeep, perché era notte inoltrata e non riuscivamo più a star svegli nonostante la curiosità di arrivare svegli.

Dopo un po’ aprii gli occhi e vidi che erano le prime luci dell’alba, la jeep era ferma e sentivo delle persone parlare in spagnolo, altre in arabo. Le jeep se ne andarono e intorno al nostro gruppo c’erano delle casette e delle tende di varie dimensioni, mi sorprese che faceva freschino (freddo nel deserto?? chi se lo aspettava), la notte infatti faceva più freddo rispetto al giorno, anche se il caldo del giorno non è umido ma secco, quindi non hai tutto il sudore che rimane sulla pelle, così la percezione del caldo è molto sopportabile. Aspettammo un po’ di tempo che gli organizzatori parlavano con alcune persone del posto e iniziarono a dividerci in gruppi di 5/7 persone. A me capitò un gruppo di 4 ragazze e due adulti, ci incamminammo per le viette insabbiate e ci fermammo appena fuori una casetta.

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Le casette dei saharawi erano delle costruzioni fatte con un miscuglio di sabbia, acqua e altri componenti, ed erano tutte più o meno della stessa misura di circa 7/8 metri quadrati, inoltre ne avevano più grandi nei luoghi più pubblici come la scuola, il piccolo ospedale o dove facevano canti e preghiere. Ad attenderci c’erano tre donne saharawi, che ci fecero entrare nella loro casa. Entrammo in questa casetta e per terra non c’era il pavimento ma tappeti molto grandi, di quelli persiani. Le pareti avevano piccole finestrine quadrate, forse erano due e per terra avevano dei materassi singoli lungo tre pareti, dove avremmo dormito noi. Ovviamente non ci aspettavamo l’hotel a cinque stelle, sapevamo che avremmo dormito in posti diversi dalle nostre case e non era un problema eccessivo, bisogna sapersi adattare in questi casi. Ci eravamo attrezzati con i sacchi a pelo che avevamo messo sopra i materassi e ci mettemmo a dormire qualche oretta giusto per riposare un po’.

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La famiglia che ci ospitava era composta dalla capa famiglia: la madre, due figlie di circa 14 e 18 anni (ricordo solo il nome della grande, Fatima), uno o due fratelli più grandi. Il padre non c’era perché molti anni addietro andò in Marocco per cercare lavoro ma non lo fecero più tornare dalla sua famiglia. Ecco uno dei problemi maggiori che devono affrontare queste famiglie, molti uomini andavano a cercare lavoro in Marocco ma una volta trovato lavoro non potevano tornare nel loro popolo nomade, fu costruito addirittura un grande muro lungo kilometri e kilometri controllato da militari, proprio per dividere pesto popolo esiliato dalla civiltà, sotterrando addirittura mine anti uomo lungo tutto il muro.

La madre e le figlie ci accolsero nella loro casetta, le figlie erano adorabili, gentili e solari, instaurammo una bella amicizia con loro due, la piccola parlava solo arabo e la più grande parlava anche spagnolo perché fu ospitata in Spagna da una famiglia anni addietro e poté imparare una lingua occidentale, adesso credo che viene anche insegnato nelle loro scuole. Ci disse che per il futuro il suo sogno sarebbe stato quello di vivere in Spagna, chissà se si è avverato, spero tanto di sì. Con lei quindi riuscivamo a comunicare perchè lo spagnolo un po’ lo capivamo e un adulto che stava con noi lo parlava bene quindi ci faceva da traduttore e la ragazza traduceva alla sorella e alla madre. La madre delle due ragazze parlava arabo, era una tipa molto riservata, silenziosa e con quell’aria di una persona che ne ha viste tante nella sua vita.

Quando ci svegliammo dopo il riposo ci rendemmo conto di alcune usanze del posto a cui non eravamo abituati. Al mattino arrivarono tutti i famigliari, la madre, le sorelle e arrivarono anche i fratelli. Fui sorpresa dalla colazione, ci prepararono il caffè con tanto di pane e marmellata, erano davvero molto ospitali. Ovviamente tutto italiano, credo che fossero i viveri che arrivano dall’italia per loro, infatti un po’ ci dispiaceva usare il loro cibo. Ero però felice della colazione, ce la servirono in un tavolino di legno. Una cosa che però per noi fu strana era il fatto che non avevamo privacy. Cioè non potevamo cambiarci la mattina perché loro arrivavano e stavano tutta la mattina nella casetta a guardarci e chiacchierare quindi se ad esempio ti dovevi cambiare gli indumenti intimi o lavarti con le salviette dovevi farlo dentro il saccappelo, noi ragazze ci eravamo ingegnante e ci tenevamo a turno una coperta che faceva da separé. Il bagno invece era fuori la casetta, anch’esso fatto con la sabbia e grande circa un metro quadrato, per bagno intendo che è dove fanno i bisogni, ma senza lavandini o altro, quindi dentro c’era un buco scavato nella sabbia con sopra un asse di legno che spostavi e ci facevi i bisogni. Io sarò andata una volta a notte fonda con una compagna, non riuscivo a fare i bisogni lì di giorno perché non c’era la porta e i passanti potevano vederti da fuori.

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Dopo la colazione arrivò l’ora del rito più importante, quello del thè, il famoso thè del deserto. Era molto importante questo rito, andava fatto mi sembra tre volte al giorno, di mattina, pomeriggio e sera, tutti insieme con la famiglia. È un’ usanza che rappresenta molto per loro, quindi bevemmo sempre insieme, rispettando i loro rituali. Il thè veniva servito in piccoli bicchierini di vetro ed erano due o forse tre, dovevamo tutti bere dallo stesso bicchierino. Chi doveva preparare il thè era la più anziana della famiglia quindi la madre. Avevano una teiera che mettevano sopra al fuoco e la madre preparava il primo thè, che era quello più amaro. Quando tutti l’avevano bevuto passandosi il bicchierino e riempiendolo ad ognuno,  preparava il secondo thè quello di media dolcezza e poi il terzo thè quello molto dolce. Ci passammo il bicchierino che veniva riempito ogni volta che qualcuno beveva, è un rito che ripetemmo anche nelle gite fuori casa, in mezzo al deserto. Finito il primo giro, la madre sciacquava i bicchierini in un catino pieno d’acqua e ricominciava da capo servendo il secondo e terzo thè. Questo per tre volte al giorno. Chiedemmo a Fatima di spiegarci il rito e ci disse che i tre thè avevano un significato preciso, c’era una poesia che diceva: “Amaro come la vita, dolce come l’amore, soave come la morte” (spero di averla detta giusta, è passato diverso tempo ma più o meno diceva così). Quindi il thè amaro rappresentava la vita di ognuno, quello dolce l’amore e quello né dolce né amaro la morte. Il thè era davvero buono, quello amaro era più difficile da mandarlo giù e non sempre riuscivo a berlo.

 

(foto scattate nella famiglia di un compagno di viaggio)

Una mattina partimmo per il deserto, penso che fu il giorno più entusiasmante che abbi mai passato. Uscimmo presto ed arrivammo nel piazzale dove erano parcheggiate diverse Jeep. Nel cammino per arrivare al piazzale potevamo incontrare altre persone e spesso c’erano bambini che venivano a chiederci di dargli qualcosa, a volte gli davamo delle caramelle, altre volte le nostre penne, erano sempre felici di ricevere piccoli doni. Una volta alcuni bambini mi ricordo che si presero la briga di accompagnarci nella casetta, dato che ci eravamo perse io e le altre ragazze andando a passeggio ed erano piccoli, avranno avuto 6/7 anni ma fecero tutta la strada per accompagnarci. Lì non ci sono i nomi delle vie o le strade, sono tutte casette per noi messe a caso, ma loro hanno imparato a riconoscere ogni vietta, passandoci sempre a piedi.

Arrivammo al piazzale ed entrammo in una Jeep, mi misi a sedere davanti vicino al guidatore. Il guidatore era qualcosa di fantastico, divertente, era un vecchietto e l’unica parola che diceva era Yallah!! Yallah! Una parola che usano per più significati e voleva dire tipo: “forza andiamo”! O tipo “dai”, “go!” E quindi lui diceva yallah e noi: yallaaaah! Yallah! Lui avava nella sua jeep alcune cassette musicali di shakira e mi ricordo di aver visto qualcosa di italiano forse Eros Ramazzotti hahaha. Mise la musica e facemmo il tragitto cantando e facendo foto.

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Il deserto piatto era immenso, ma quando arrivammo alle dune, rimasi “ommioddio”, erano enormi, altissime come delle case di due piani, scendemmo dalla jeep e iniziammo a salire, erano durissime, io mi aspettavo la sabbia tipo sabbiamobile, invece era piuttosto dura così ti potevi arrampicare fino in cima senza sprofondare, erano molto ripide e ci volle un po’ per arrivare in alto. Che spettacolo di panorama, arrivati in alto vedevi da una parte il deserto piatto e dall’altra il deserto con le dune… era così immenso e affascinante, stemmo molto tempo a goderci quel panorama fino a che il sole era quasi all’orizzonte. La pace che c’era è indescrivibile, senti solo il rumore del vento, ma senti anche una sensazione di purezza, vedi questa vastità dorata davanti a te che sembra non finire, peccato che non conoscevo ancora la meditazione di Angel Jeanne, che ho imparato in Accademia di Coscienza Dimensionale, altrimenti ne avrei fatta una in quel posto bellissimo! Mi sentivo come se fossi molto connessa a quella terra. Stare lì ti faceva stare in pace con te stesso, senza pensare ai problemi o alle cose frivole, era un incanto. Durante il tragitto in jeep del ritorno fu fantastico, chiesi al guidatore se poteva farmi guidare la jeep! ci parlai a gesti e dicendo qualche Yallah ogni tanto e lui senza pensarci mi disse Yallah yallah! Come dire: vai vai. Fu bellissimo! Il vecchietto era tranquillo e rideva di continuo e io mi divertii un sacco a guidare nel deserto! È stato molto bello, ci siamo anche fermati per fare il thè! Quello non può mica mai mancare.

 

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Un pomeriggio arrivammo al muro di cui parlavo prima, è una specie di “muro di Berlino”, solo che è molto più lungo e pericoloso, dato che dovevi stare ad almeno 1 o 2 chilometri di distanza, altrimenti se ti avvicinavi rischiavi di saltare in aria calpestando una mina anti uomo, in alcuni punti c’erano anche dei soldati che sostavano lungo il muro. Avevamo i cannocchiali e potevamo vedere da lontano questo muro, non era molto alto, fatto principalmente di sabbia, come se fosse una dunetta ma molto lunga, è lungo 2.720 km e costruito dal Marocco.

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Il campo minato che corre lungo la sua totale estensione è, per lunghezza, il più grande al mondo, e si stima sia formato da circa 6.000 mine anti-uomo (fonte wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Muro_marocchino ).

 

  (Il muro)                

 

Arrivammo in Jeep a questo muro e alcuni del nostro gruppo portarono le bandiere della pace da far sventolare. È davvero triste pensare che un popolo che vorrebbe semplicemente la sua indipendenza come è giusto che sia, tornare nella sua terra di appartenenza, non possa andare altrimenti viene ucciso! Come dicevo prima, il marito della famiglia in cui stavo è ancora in Marocco proprio perché non gli è permesso tornare al suo popolo, così come la moglie e i figli non possono andare a trovarlo, essendoci questo muro.

 

 

Tornati al villaggio, ci hanno preparato la cena. Sia a pranzo che a cena ci preparavano cibi per metà italiani, per metà del posto. Infatti a volte ci preparavano gli spaghetti con una specie di ragù, ma fatto con la carne di cammello, dato che loro non hanno maiali o mucche, ma allevano cammelli e capre. Le donne della famiglia ci preparavano le pietanze, la carne di cammello è molto buona, assomiglia al maiale ma ha più parti grasse. La sera durante l’ora del thè, io e una ragazza provavamo a comunicare con uno dei figli della famiglia, che aveva penso una trentina di anni. Anche lui parlava spagnolo ma io comunque non riuscivo a capire cosa dicesse, invece l’altra ragazza sembrava capirlo più di me infatti ci parlava. A un certo punto il ragazzo mi chiede una cosa, ma io gli faccio capire che non capisco ciò che dice, dato che mi parlava in spagnolo. Allora lui fa un discorso con dei gesti, mettendo la mano sul cuore e lì invece capisco ciò che mi stava dicendo: non importa se parliamo lingue diverse, tu devi usare il cuore per capire, così potrai sentire ciò che ti dico. A quei tempi non capivo cosa volesse dire, ma ora l’ho capito. Queste persone hanno davvero molta più saggezza dentro, di molti altri popoli.

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La notte di solito dormivamo da soli nella casetta, la famiglia andava a dormire nel proprio tendone, ma una notte le due figlie decisero di rimanere a dormire con noi. La cosa che mi stupì è che quando decidemmo di metterci a dormire, noi ragazze ci mettemmo come sempre un po’ di tempo ad addormentarci, come d’abitudine penso per molti occidentali, infatti ci addormentiamo dopo anche 5/10/15 minuti o se abbiamo la testa piena di pensieri anche di più. Invece le due figlie, dopo nemmeno 30 secondi le sentivamo ronfare! Per me era impossibile, quasi disumano riuscire ad addormentarmi in così poco tempo, questa cosa mi fece riflettere su come siamo diversi, nonostante loro vivano comunque in situazioni meno agevolate delle nostre, sembra come se sapessero vivere meglio di noi. È stata una lezione che mi ha fatto capire, anche nel futuro, quanto la nostra società ci avesse ridotto a dei robot sempre in corsa, pieni di preoccupazioni, che non si godono appieno la vita, invece loro nonostante i grandi problemi che hanno come popolo hanno imparato a vivere. Quando esci fuori dalla casa di sabbia di notte, vedi un cielo stracolmo di stelle, vedi una meraviglia di luci, vedi la via lattea strapiena di stelle e pianeti e ti commuovi davanti all’universo, a Dio! Quasi riesci a vedere dentro gli occhi di Dio da quanto il cielo è nitido e senza interferenze luminose. Da noi esci di casa la notte e l’unica cosa luminosa che si riesce a vedere è l’insegna luminosa del Mc Donald… abbiamo perso il contatto con la natura.

Il penultimo giorno, il popolo saharawi preparò una specie di cerimonia per salutarci. In una grande tenda ci eravamo riuniti tutti e c’erano tutte le famiglie che ci ospitarono  e altre persone che si erano riunite per fare dei canti e suonare alcuni strumenti. Una fila di ragazze giovani, tra cui una delle figlie della famiglia che ci ha ospitato, si misero a cantare alcune canzoni in arabo. C’era una canzone troppo bella che ancora ne ricordo la melodia, ma che chiaramente non si può trovare su internet, era così melodiosa e carica di energia che non potrò più scordarmela. Facevano anche un grido forte e acuto muovendo la lingua velocemente in orizzontale, cosa per noi difficile da ripetere. Quando tornammo alla casetta, io e le altre ragazze ci mettemmo a cantare quella bella canzone alla madre e le due figlie, senza sapere ovviamente le parole e ne rimasero contente, oltre che divertite.

 

 

 

In quei giorni abbiamo poi visitato una specie di museo con le armi da guerra che hanno utilizzato per alcune battaglie passate, con i carrarmati e varie foto vecchissime dei soldati, il loro passato di guerre e maltrattamenti li ha profondamente segnati, ma nonostante tutto, non hanno perso la voglia di lottare per liberare il loro popolo, ancora dopo 43 anni. Hanno anche un ospedale, sempre fatto con gli stessi materiali delle casette. Inoltre abbiamo visitato una piccola scuola per i bambini e ragazzi del posto e molti oggetti, cibo, acqua e bombole del gas arrivano grazie agli aiuti della regione Toscana e forse altre poche regioni credo. È stata un’esperienza bellissima e indimenticabile, un giorno so che ci ritornerò e vorrò andare a trovare quella famiglia che mi ha ospitato, se riuscirò a ritrovarla, vorrei sapere come stanno e se sono riusciti a rivedere il loro padre. Tutte le persone che abbiamo incontrato sono state gentili, disponibili, ospitalissimi che ci hanno arricchito come persone. Spero che questo articolo sia servito per farvi conoscere un pezzetto di quel mondo che a me è rimasto nel cuore e ci rimarrà per sempre.

 

                                                                                                                                                                                                                 

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La mattina che ce ne andammo, erano tutti presenti i membri della famiglia a salutarci e ringraziarci, tutti tranne la figlia più piccola di 14 anni. Era uscita di casa prima che ce ne andammo e non venne a salutarci. Sappiamo che lo fece perché non sopportava l’idea che fosse un addio, aveva pianto il giorno prima insieme a noi e la mattina non riuscì a darci l’addio. Noi, per tutto il tragitto in jeep verso l’aeroporto piangemmo senza dire una parola, ci eravamo affezionati tantissimo, con le figlie poi si era creato un legame molto solido, ci regalarono ad ognuna un vestito tipico del posto e ci portavano in giro per i loro negozi, che non sono come i nostri, ma era comunque tutto meraviglioso per me. Eravamo come delle amiche che andavano in giro a fare shopping, solo che eravamo nel deserto. Noi pensavamo di andare in un popolo che non poteva darci nulla e invece ci ha dato più di quel che pensavamo, cibo, vestiti, tanta generosità e ospitalità, oltre che l’amore verso se stessi.

Sono sicura che un giorno riusciranno a tornare nelle loro terre, hanno tutti nei loro occhi la determinazione e il coraggio di un popolo che non dimentica da dove viene. Loro non si sentono algerini, marocchini o della Mauritania, loro sono Saharawi e la loro terra è il Sahara Occidentale e come tutti i popoli hanno una loro nazione, anche loro hanno il diritto di appartenere alla loro.

Alcune poesie del popolo Saharawi

Madre

Madre so che soffri,
so che il tuo dolore ti fa piangere e
che le tue lacrime sono di cera e di calore.

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Madre so che ti hanno accecato gli occhi
e ti hanno soffocato la voce
per non cantare al mondo la tua libertà.

Madre so che dalle tue braccia
ti hanno strappato i figli
che i tuoi seni desideravano
alimentare con amore e
so che ancor più dei i tuoi seni
desideravi insegnare loro la tua storia e la tua cultura.

Madre so che il tuo pianto,
il tuo pianto muto c’è ancora
e tutti lo possono sentire.

Madre saprò anche che canterai
canterai con una voce che arriverà all’aldilà
e quando l’alba spunterà, le tue braccia si apriranno per i tuoi figli che sono qui e là.

Madre saprò che la tua alba illuminerà
i punti cardinali e ancora oltre
la frontiera e il mare.

E le tue lacrime Madre?
Oh le tue lacrime questa volta saranno
di gioia e di felicità
e quando tutto avverrà
quando la corona tornerà nel suo regno
tu, tu, Madre Patria, sicuro,
sicuro che dimenticherai
Perché il tuo cuore è tutto

PANE E AMORE..

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Vieni

Vieni con la tua umanità
per sentirti più uomo
a sentire l’assenza della patria
nella distanza dell’oblio,
a sentire l’erosione del tempo
che arrugginì le nostre ossa
senza nome.

Vieni a vivere la mia pazienza incerta
che riposa sugli strascichi
della guerra,
a evitare la morte che trascina
la mia sorte,
ad asciugare le silenziose lacrime che
soffocano le nostre anime.

Vieni a salvare l’innocenza che si perde
tra la polvere del deserto e la polvere nera,
e sperare nelle mie ore d’esilio
il compimento delle mie preghiere.

Vieni, e quando sarai tornato non smettere
di essere l’eco della mia umana voce
che reclama senza fiato la LIBERTA’

 

Alla libertà

Arriva un altro giorno
e non so più cosa fare
si avvolge nel tuo ricordo adorato Sahara
Il mio dolore con i postumi dei colpi del passato
e mi tornano in mente
i più terribili anni della guerra.
Quelli in cui mi strapparono dalle tue braccia
a forza di fosforo e napalm e
grazie al tuo amore riusciì a sopravvivere
quando tutto era contro di me
e la sorte era già segnata
Se non era il freddo, era il caldo
Se non era la fame era la sete
Se non era la febbre era il colera
Se non erano le mine erano le bombe radioattive
Se non erano le torture
erano gli scomparsi
se non era male era peggio.
Infine: lo sterminio
e tutto per colpa di un maledetto sogno espansionista
del più malvagio re
e del suo ingannevole modo di vedere il mondo
intorno a sè.
E il tuo amore,
solo il tuo amore era il rimedio
Il miracolo, che curava tutto
Che cresce sempre di più.
Oggi lo sentii più forte che mai
Mi hanno parlato le acque dei tuoi fiumi e dei tuoi mari,
grazie a loro lo sentii.
Mi hanno parlato i tuoi alberi e le tue palme
e grazie a loro lo sentii.
Allora mi dicesti adorato Sahara:
Presto!
presto ci sarà una nuova alba
e quella luce crescerà o schiarirà tutto
dopo tanti secoli di oscurità
E solo allora canteremo i canti più felici
Canteremo l’amore e l’amicizia
Canteremo gli amici e la fratellanza.
E canteremo tutti insieme:
VIVA IL SAHARA LIBERO…VIVA!

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Autore: Silvia M.

 

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6 Commenti

  1. Articolo a dir poco splendido! Le riflessioni qui contenute sono davvero profonde ed importanti, complimenti! 💕

  2. Mi sono commossa varie volte leggendo il tuo racconto. Che esperienza incredibile! Un viaggio che ha fatto del bene a loro per gli aiuti umanitari che possono ricevere, a voi per insegnarvi cose che su milioni di libri non si possono trovare… e a tutti noi, che da testimonianze come questa abbiamo molto da imparare. È bellissimo che dopo anni ti siano rimasti impressi ricordi così nitidi ed emozionanti. Anche le foto sono stupende… Grazie per aver condiviso tutto questo, il tuo racconto mi ha fatto sognare e riflettere 🙂

  3. Che bello, leggere questo articolo mi ha fatta sentire come se fossi stata la con te e come se avessi vissuto parte del tuo viaggio.. Mi hai emozionata tanto.. Grazie di cuore Silvia! ❤️

  4. Stupendo. Dei miei amici sono andati a visitare altre popolazioni africane, sono entusiasti e non sarebbero più tornati indietro. Vita semplice e piena

  5. Il tuo racconto mi ha coinvolto e mi ha stupito molto, mi dispiace moltissimo per la situazione di quel popolo e mi sembra terribile che il padre non possa tornare dalla propria famiglia! Anche le foto sono molto belle, sicuramente ci hai fatto conoscere una realtà di cui si parla troppo poco.

  6. Articolo bellissimo! Ci hai fatti immergere nel tuo viaggio. E’ stato molto bello leggere della loro cultura e le loro usanze, il loro modo naturale e incontaminato di approcciarsi alla vita mi ricorda qualcosa che mi fa provare una bella sensazione! Poi si sentivano le emozioni che hai provato e il legame che si era creato con la gente del posto, è stato molto bello leggerlo. Grazie per averlo condiviso!! 🙂

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