Terrorismo e Islam, sono la stessa cosa? L’ABC della religione islamica.

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Ormai nelle nostre menti quando sentiamo dire “musulmano” o “Islam” si accende una scintilla inconscia che associa questi termini ad una possibile minaccia. I tragici avvenimenti terroristici degli ultimi anni hanno fatto crescere in noi la paura per una religione e per un popolo di cui spesso si conosce poco o nulla.

Quello che ho notato nel corso dei miei studi è che il vero percorso di fede profonda è caratterizzato dal desiderio di pace ed amore nel quale si aspira all’incontro con Dio indipendentemente dalla confessione religiosa. Questo articolo, parte di un lavoro di tesi universitaria, ha quindi lo scopo di fornire una seppur breve introduzione sull’Islam e sui principi fondamentali di questa religione.

Così, quando si sentirà parlare di questi argomenti avremo un tassello in più per distinguere una religione storica, come può essere quella cristiana, ebraica o islamica da un estremismo religioso.

Per delineare i tratti fondamentali della religione islamica partiremo da un’introduzione storica riguardo le condizioni sociali dell’Arabia pre-islamica; verranno poi analizzate le caratteristiche peculiari dell’Islam, quali: i cinque pilastri della fede e il Corano ed infine sarà approfondita la figura di Dio nell’Islam.

L’Islam nasce nella Penisola Arabica ad opera del Profeta Muhammad nella prima metà del settimo secolo d.C., un periodo storico in cui la società araba si presenta eterogenea e frammentaria in molti dei suoi ambiti. La popolazione era infatti organizzata prettamente in tribù, costituite da clan di tipo familiare, radunate attorno alla figura di uno sceicco (shaykh). Le tribù nomadi e seminomadi, stanziate maggiormente nella parte centrale della penisola, erano dedite alla pastorizia, all’allevamento ed al commercio. Proprio quest’ultima attività costituiva il principale punto d’incontro tra le varie comunità, legate fra loro da complessi e volubili sistemi di alleanze.

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L’attività commerciale aveva il suo fulcro in alcuni centri, normalmente oasi o città, nei quali alcune di queste tribù si erano stanziate abbandonando il proprio carattere nomade. Le città nate lungo la costa, inoltre, erano un importante crocevia per gli scambi con i paesi occidentali. Per questo motivo acquisirono una maggiore importanza rispetto agli insediamenti dell’entroterra, divenendo in breve tempo dei veri e propri poli commerciali, culturali e religiosi. Fra le città dedite agli scambi economici e all’adorazione delle divinità pagane, vi era Makkah (la Mecca), sede dell’antico santuario della Kaʿba. D’importanza già rilevante, poiché situata nella regione occidentale della penisola e meta di scambio delle grandi carovane, essa divenne in breve tempo un’importante centro multi religioso.

Fra le tante religioni presenti sul territorio, l’ebraismo ed il cristianesimo avevano una rilevanza notevole. Questo comportò uno spostamento progressivo della visione religiosa araba dal  politeismo al monoteismo. Tuttavia tale cambiamento fu incapace di trovare negli esponenti ebrei e cristiani, stanziati principalmente nei territori del Nord e del Sud della Penisola, delle solide guide. Le Comunità ebraiche infatti, vivevano in contesti prettamente autoreferenziali, mentre la “controparte” cristiana, benché naturalmente predisposta all’apertura verso le popolazioni autoctone, risultava internamente divisa in numerose sétte rivali fra loro ed ereticali rispetto la chiesa di Bisanzio.

Si ha infine la presenza di un certo monoteismo, dal carattere non ancora definito, predicato anche individualmente da singoli profeti direttamente arabi (tre dei quali saranno riconosciuti poi nel Corano).

Nonostante l’evidenza di questa situazione multiforme, é importante notare come, la lingua araba appaia il grande elemento unificante l’intera popolazione. Sarà proprio, la padronanza della lingua da parte di Maometto, nonché la ferma certezza di aver ricevuto delle rivelazioni divine, che permetterà alla sua predicazione di inserirsi in una vincente linea comunicativa con la maggioranza del popolo arabo.

Tutta la storia e lo sviluppo dell’Islam ha infatti come punto di partenza, quella che sarà poi chiamata “notte del destino”, in corrispondenza del 27° giorno del mese di Ramadan dell’anno 610 d.C. Si racconta che, in quella notte, nella caverna del monte Hira, luogo nel quale Maometto si ritirava per meditare, ricevette da parte dell’Arcangelo Gabriele la prima di una lunga serie di rivelazioni che lo accompagneranno durante tutto il corso della sua vita. Come “Parola increata” di Dio, le rivelazioni al Profeta, saranno raccolte e trascritte nel Corano, dando vita a quella che viene denominata <<religione del popolo di Allah>>[1] : L’Islam.

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Tale affermazione può essere pienamente compresa all’interno di un pensiero teologico secondo il quale Allah, Uno e Trascendente, si è rivelato agli uomini ed ha imposto la sua legge, per mezzo dei suoi profeti e dei suoi emissari. Successivamente, tramite il suo servo Maometto ha promulgato il Corano, il quale ricapitola e chiude il ciclo temporale di tutte le profezie anteriori, dando loro termine e perfezione. Secondo il pensiero coranico, infatti, ogni profeta è stato testimone di una storia sacra che ha il suo inizio in un patto primordiale (Mithaq) che Dio, nella sua pre-eternità e prima ancora della creazione dei corpi, concesse al genere umano. Tale patto, che culmina nella fede di Abramo, consiste in un sigillo di fede che ogni uomo porta impresso nel cuore fin dalla nascita. Tramite questo sigillo, l’uomo acquisisce naturalmente la predisposizione innata a ricevere l’Islam, ovvero a far propria la Testimonianza di fede resa a Dio e alla predicazione su di Lui contenuta nel Corano. Professare questa fede rende parte della comunità, la quale si presenta come un universalismo senza eccezioni. <<Gli uomini sono uguali tra di loro come i denti del pettine del tessitore. Nessuna differenza […] se non nel grado di timore di Dio>> recita una tradizione attribuita a Maometto. L’appartenenza alla comunità è dunque garanzia per questo mondo e per l’altro, assicurando i vantaggi del popolo <<migliore che sia sorto tra gli uomini>>[2]; e porta in sé la ricompensa, promessa dal Signore, per la vita eterna.

A fondamento dell’apparato sociale troviamo la Legge (in arabo Shari’a), un insieme di regole e garanzie liberamente accordate da Dio agli uomini ed annunciate per bocca del Profeta. Tali prescrizioni coraniche esprimono il valore aggregativo ed aggregante della Comunità musulmana e si dispiegano in cinque precetti fondamentali, conosciuti come: “I Pilastri dell’Islam”. Questi sono:

1.La professione di fede (Shahada)

2.La preghiera (Salat)

3.L’elemosina legale (Salat)

4.Il digiuno del mese del Ramadan (as-Saūm (a)r-Ramadān)

5.Il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj)

Vediamoli nel dettaglio.

Primo fra tutti la professione di fede che, tratta dal Corano alla Sura 7,157, recita: <<Non c’è altro Dio che Allah e Maometto è il suo Profeta>>.

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Tale formula, pronunziata in presenza di testimoni, integra in modo definitivo alla Comunità islamica, in quanto testimonia l’adesione di fede circa l’unicità di Dio e la missione profetica di Maometto. Questa viene recitata nelle circostanze solenni della vita e soprattutto in punto di morte. Come conseguenza della Shahada, si trovano nel Corano un insieme di doveri, di culto e sociali che, manifestativi della fede, informano intimamente la vita del musulmano, ponendolo costantemente all’interno di una prospettiva solidale nei confronti dell’intera comunità.

Questi sono: la Preghiera ovvero l’atto di adorazione ad Allah. Il termine “salat” significa infatti <<piegarsi o inclinarsi verso, di modo che il corpo, nel prostrarsi durante il rito, mostri l’orientamento dell’anima verso Dio>>[3]. Come secondo pilastro dell’Islam, il rito della preghiera, è precetto da rispettare almeno cinque volte al giorno nei momenti di alba, mezzogiorno, pomeriggio, tramonto e notte. Vi si può adempiere singolarmente o in assemblea. Per quanto riguarda il primo: pur non essendo indispensabile recarsi nella moschea nei giorni feriali (o in un luogo specificamente deputato per essere praticata), è altresì necessario rivolgersi in direzione della Mecca (Qibla) e del santuario islamico della Ka’ba. Così facendo ogni musulmano, ovunque si trovi nel mondo, rinnova quotidianamente e contemporaneamente ai suoi fratelli nella fede la propria risposta a Dio, volgendo il proprio corpo e, più intimamente, la propria anima in direzione del luogo sacro per eccellenza.

Per quanto concerne invece la preghiera comunitaria, compiuta (obbligatoriamente) di mezzogiorno il venerdì, essa è la funzione settimanale di maggior rilievo, dove tutta la comunità adulta si raccoglie nella Grande Moschea per la lettura del sermone (khutba). In quasi in tutte le città più importanti del mondo islamico, la moschea congregazionale rappresenta il cuore del centro urbano, luogo di incontro e di comunione tra i fedeli aperto a tutte le ore del giorno. Un incaricato (Muezzin) vi chiama i fedeli dall’alto del minareto. Uno dei fedeli è chiamato a dirigerla (Imam), e tutti gli altri imitano i riti da lui fatti, consistenti in prostrazioni inchini e pause.

La preghiera in sé è preceduta, in un gran numero di casi, dal rito delle abluzioni e purificazioni (Ghosl) con acqua o sabbia. Questo spiega così la presenza obbligata di fontane nelle moschee o nella loro vicinanze. L’orazione è pertanto in una sorta di sacramento personale e comunitario di sottomissione ad Allah, che rivela l’Islam come: “Comunità del Profeta”(Umma al-Nabi).

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Altro pilastro è l’elemosina legale (Zakat) mediante la quale, pagando la decima delle entrate in natura o in denaro, si provvede ai bisogni della comunità.

Tale precetto è finalizzato a ricordare ad ogni fedele che, i beni posseduti non sono di esclusiva proprietà del singolo, ma in quanto provenienti dalla misericordia divina, sono finalizzati anche alle necessità della comunità stessa di cui si è parte. La sua osservanza inoltre, esprime concretamente il desiderio e la chiamata personale a prendere esempio dall’insegnamento di Allah che, infinitamente benevolo, provvidente e generoso, è vicino ad ognuna delle sue creature. In questo modo l’animo dell’uomo giusto, che anela piacere a Dio sopra ogni cosa, è aiutato a comportarsi solidalmente con il prossimo.

Altro precetto è il digiuno del mese di Ramadan (as-Saūm (a)r-Ramadān), nono mese dell’Hijri, ovvero dell’anno lunare arabo.

Durante questo periodo il fedele è chiamato ad astenersi, dall’alba al tramonto, da ogni cibo, bevanda, fumo e da ogni atto carnale. L’osservanza del digiuno, che si esprime in una privazione fisica, è finalizzato a rinforzare lo spirito dalle tentazioni corporali volgendo “lo sguardo” verso Dio come sommo bene. Esso inoltre serve a rinvigorire nel musulmano il sentimento di comune appartenenza al popolo di Allah.

Ultimo elemento obbligante è Il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj), che ogni credente deve assolvere almeno una volta nella vita. Con l’affluenza di pellegrini di tutti i ceti sociali e da tutte le parti del mondo alla “città Santa”, ogni singolo fedele può prendere realmente coscienza dell’unità soprannazionale dell’Islam, dove tutte le diversità contingenti, vengono in questo modo abbattute.

Il viaggio stesso rappresenta un percorso di purificazione interiore, ed i fedeli sono tenuti ad eseguirlo osservando un insieme di regole e precetti definiti (come l’obbligo di rasarsi la testa o indossare vestiti privi di cuciture), a testimonianza dell’uguaglianza di tutti gli uomini al cospetto di Allah.

Questi precetti, nonché molti altri insegnamenti, rendono il Corano un libro di preghiera e di meditazione, ma anche un codice religioso e civile insieme, capace di coinvolgere e regolare globalmente la vita del fedele e della Comunità Islamica.

Esso deriva dalla parola araba “Qurʾān” che significa: “lettura ad alta voce”; inoltre, a motivo dei suoi contenuti, alcuni dei nomi con i quali si suole comunemente appellarlo sono: “Dhikr” e “Huda” che significano “monito” e “corretta giuda”.

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La stesura ufficiale del Corano risale al 650 d.C. circa, ad opera del terzo successore del Profeta, il califfo Othman. Egli sentì il desiderio di portare a termine il lavoro di raccolta e redazione delle rivelazioni trasmesse oralmente da Maometto durante l’arco della sua ventennale predicazione (dal 610/612 d.C. al 632 d.C. anno della sua morte).

La lingua ufficiale del Corano è l’arabo parlato dalla tribù del Profeta (Qureish), utilizzato necessariamente da ogni credente (anche non arabo), al fine di non incedere nell’eventualità di interpretazioni personali travianti l’originale. La sua traduzione in altre lingue infatti venne concessa, dopo non poche difficoltà, per l’Europa in lingua latina intorno agli inizi del XII secolo, a patto che fosse considerata solo come commentario al testo coranico originale, (necessariamente sempre presente affiancato al testo tradotto).

Il testo si compone di 114 capitoli (Sure), disposti in ordine decrescente di lunghezza ed é suddiviso dai musulmani in tre grandi categorie. <<La prima, detta in arabo “Ahkam” comprende precetti, leggi, disposizioni legali varie. La seconda detta “Qisas” contiene storie, racconti vari riguardanti specialmente i profeti ed altro. La terza categoria, infine, detta in arabo “Mawa’iz” o discorsi o omelie, contiene esortazioni, ammonimenti, ai quali si aggiungono anche inni, spesso bellissimi , alla gloria e potenza di Dio>>[4].

Ogni Sura a sua volta si divide in versetti (Ayat), che, considerati manifestazioni visibili di Dio, sono denominati anche “segni”, contandone un totale di 6236. Il titolo delle Sure è un nome generalmente desunto dal contenuto delle stesse.

La prima, chiamata “Fatiha” o Aprente, è divenuta la preghiera tipica dell’Islam. Questa, costituita di soli sette versetti, è considerata come una sorta di sintesi e ricapitolazione di tutto il Corano ed a sua volta degli altri  tre libri sacri riconosciuti dalla Rivelazione (Torah, Salmi e Vangelo). Il primo versetto di questa Sura assume una particolare importanza, in quanto fa da premessa a quasi tutte le altre nel Corano (tranne la n.9). Questo inoltre, è recitato molto frequentemente anche come formula rituale (chiamata “Basmala”), non solo nelle preghiere canoniche giornaliere, ma anche prima di ogni azione che il credente si accinge a compiere.

Sacralizzando ogni gesto <<Nel nome di Dio clemente e misericordioso>>[5] la spiritualità islamica rammenta che, come già affermato in precedenza, tutto viene dalla misericordia divina ed è per la gloria di Dio.

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È interessante specificare infine che, secondo i musulmani, la prima reale Sura del Corano per ordine di rivelazione sia la numero 96. Questo particolare ci ricollega alla tradizione della doppia “calata” del Corano. La prima integrale, avrebbe avuto luogo nella suddetta “notte del destino” nell’anno 610 d.C.; mentre la seconda avvenne “per partes” durante tutta la predicazione orale di Maometto. Quest’ultima è suddivisa in quattro periodi: tre periodi meccani, compresi tra il 612 d.C. ed il 622 d.C; ed uno medinese che dal 622 si conclude alla morte di Maometto avvenuta nel 632 d.C.

È opportuno a questo punto fare un ultimo approfondimento riguardante la concezione islamica di Dio, in quanto  a partire dalla Rivelazione che Egli fa di Sé nel Corano è possibile trarne una moltitudine di significati. Un possibile punto di partenza nella comprensione dell’Idea di Dio nell’Islam è fornito dalla testimonianza di fede proclamata in modo eccellente nella Sura 112,1-4, meglio conosciuta come Sura della “Fede pura” o del “Culto sincero”, e considerata una delle più complete espressioni dell’assoluto monoteismo islamico, (Sura al Ikhlâs). Essa recita:
In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

1.”Di’: Egli e’ il Dio (Allâh), l’Uno (Ahad),
2. il Dio, l’Eterno (Samàd)”.
3. Non generò né fu generato,
4. e non vi è nulla simile a Lui”.

Si possono a questo punto distinguere quattro nozioni fondamentali a partire da questa Sura. La prima, che riguarda direttamente l’idea di Dio, è il nome Allah. Per i musulmani Allah è il nome proprio di Dio, nel senso che si applica solo a Lui e non ad altri. Questo termine, deriva dalla contrazione “al-Ilah”, dove “al” è l’articolo ed “ilah” è da intendersi come l’appellativo per una divinità qualsiasi. Di conseguenza per i musulmani il nome Allah indica “il Dio” per antonomasia.

Allo stesso tempo, è interessante cogliere da questa Sura la testimonianza dell’unità di Allah. Questa è da intendersi sia in senso numerico che qualitativo: egli infatti è Uno in sé stesso (Allah Ahad), nella sua natura di deità, ed è Uno nel senso di Unico (Allah Wahid), cioè come unica divinità in rapporto agli uomini.

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Il terzo concetto fondamentale è il mistero. << Questa Unità ed Unicità [..] [di Dio è Mistero rivelato eppure sempre] […] non rivelabile nella sua Vita intima >>[6]: proprio riguardo questo mistero inscrutabile si evince nei versetti 2, 3 e 4 della stessa Sura un altro degli attributi divini: la Trascendenza. Infatti proprio appellando Allah come l’Eterno (“Egli è l’Eterno, non generò ne fu generato”) che, pur essendo di difficile traduzione quasi fosse un commento circa l’Unità e Unicità stessa di Dio;  significa <<in cui non vi è vuoto, senza miscuglio di ogni sorta, senza nessuna possibilità di divisione in parti>>[7] e come l’Assoluto e l’Impenetrabile (“non vi è nulla simile a lui”) si svela la sua Trascendenza, che può essere condensa nel’unico nome As-Sâmad.

Leggendo questa Sura, è possibile identificare un quarto ed ultimo concetto fondamentale, incentrato sul modo in cui la tradizione islamica attribuisca ad Allah diversi “Nomi divini” o “ Allah al-Husna” che tecnicamente corrispondono ad aggettivi o partecipi presenti o passivi in forma iperbolica. Vengono poi dedotti da questi ultimi gli “Attributi divini” o “Sifat Allah” corrispondenti a nomi o sostantivi che indicano le qualità stesse di Allah. Proprio per la loro importanza si suole recitare nel “rosario” i “99 più bei Nomi”di Allah. Non a caso il centesimo nome è mancante in quanto considerato come il mistero di Dio o il Nome di Allah. Di tutti i nomi ed attributi, essenziali e d’azione, che Egli si compiace di rivelare nel Corano, Allah non cessa né termina di essere dotato e nessuno fra questi è in Lui innovato fin dall’eternità.

Per menzionarne qualcuno, in aggiunta a quelli già citati, è possibile affermare che Allah è il Creatore (Al-Khâliq) assoluto di tutto l’universo e in special modo dell’uomo, al quale ha dato una Legge (Shari’a) e che come Re della vita futura e presente (Al-Mâlik), compenserà o castigherà nel Giorno del Giudizio, essendo lui il Giudice supremo (Al-Hâkam). Affermando la creazione come opera di Allah la religione islamica contrasta la concezione naturalista dell’Arabia preislamica, la quale associava delle divinità alle forze cosmiche che regolavano il mondo. Questa diviene anche il segno maggiore ed evidente della sua Onnipotenza (Egli è l’Onnipotente “Al-Muqtadir”).

L’onnipotenza inscrutabile di Dio sollecita il credente a vedere in lui un protettore, richiedendo così una fiducia ed abbandono totale a Lui. Infatti si dice anche: è Provvidente ed esercita la sua provvidenza su tutto l’universo, prendendosene cura in ogni istante, in particolar modo verso i profeti, eleggendoli, donandogli le qualità necessarie alla loro missione, mettendoli alla prova e salvandoli. Generoso e Vicino, <<Generoso nei suoi dogli e vicino a chi lo prega>>[8], Benefattore, da soccorso e vittoria[9], il bene e il male vengono da lui[10]. Nel Corano si legge anche che Allah è il Benevolo, ha una bontà paterna verso gli uomini usando per loro misericordia e clemenza. Si dice Egli è il Misericordioso: “al-Rahim” è il Benefattore: “al-Rahman”, è colui che perdona i peccati “al-Ghafour”.

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Concludendo questa introduzione sui principi fondamentali dell’Islam, vorrei aggiungere che, a partire dall’idea di questo “tutto” che è Dio nasce ed è riconosciuta nell’Islam una corrente mistica chiamata “Sufismo” che edifica un lungo cammino di ascesi e crescita spirituale di pace ed amore. È stato bellissimo per me notare che, andando oltre le immancabili differenze tra le religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam) i cammini definiti di “ascesi” cercano tutti di trascendere il corpo e le strutture per arrivare a Dio, all’essenza. Questi cammini si assomigliano molto tra loro e non praticano in alcun modo la violenza o intolleranza nei confronti di altre confessioni religiose. Il significato profondo dietro l’apparente diversità è in realtà che indipendentemente dalle strutture storiche che si sono formate nel tempo, l’anima che cerca Dio lo fa parlando un linguaggio universale di Amore.

Spero vi sia piaciuto e sopratutto vi possa tornare utile come conoscenza personale. Grazie di essere arrivati fino a qui, poter condividere anni di duro studio e sapere che possono essere utili per qualcuno anche solo come lettura passatempo mi aiuta sempre più a capire che nulla è per caso. Se avete domande o volete approfondire l’argomento della mistica islamica per puro interesse intellettuale fatemi sapere.

 

Sofia C.

 

[1] S. MOBEEN, La Mistica in Gerda Walther e il Sufismo, cap. D.

[2] Corano, cap. 3, v. 110.

 

[3] A. N. ESLAMI, La moschea.

[4] G. GHARIB, Il Dio dell’islam e il mistero cristiano, Roma, Pontificia Università Urbaniana, 1997-1998, p. 34.

[5] Corano, cap. 1, v. 1.

[6] G. GHARIB, Il Dio dell’islam e il mistero cristiano, Roma, Pontificia Università Urbaniana, 1997-1998, p. 52.

[7] Ivi, p. 51.

[8] Corano, cap. 2, v. 186.

[9] Ivi, cap. 8, v. 62; cap. 48, v. 3.

[10] Ivi, cap. 4, 78-79; cap9, v. 51.

 

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4 Commenti

  1. Questo articolo mi è piaciuto molto, mi affascina molto il mondo arabo, mi piacerebbe se approfondissi qualcosa riguardo la storia di Maometto. Grazie

  2. Molto interessante, è davvero importante fare chiarezza su un argomento così delicato come questo.

  3. Mi è piaciuto molto leggere il tuo articolo ed è arrivato proprio nel momento giusto, dato che sto guardando quale religione scegliere di studiare per il mio piano di studi. Sarebbe molto bello se parlassi anche di quello che invece si dice di questa religione, ho sentito dire ad esempio che nel Corano c’è scritto che gli uomini possono picchiare le donne, o ancora parlare della nascita dell’isis, visto che il terrorismo trasmette una visione distorta di quella che è la religione che hai descritto.
    Grazie 🙂

  4. Grazie Sofia di questo trattato molto dettagliato ed esaustivo. Ed è vero l’amore da un senso a tutto ed è sempre un sentimento universale.

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