Io e la religione

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Il mio sodalizio con la religione comincia presto, a un mese dalla mia nascita. Sono cresciuta in una famiglia dove mia madre adottiva era molto religiosa (era cresciuta in un collegio di monache al nord) ed era molto severa, anche se di buon cuore.  Aveva avuto un passato difficile e questo si rifletteva molto nel nostro rapporto che non è mai stato idilliaco. Mio padre invece, lo definivo “neutro”, a lui non interessava molto la religione, ma assecondava molto mia madre e quando lei si ammalò, fece di tutto per salvarla, in quanto la amava molto. Ricordo che andammo persino in un paese del Sud Italia (credo fosse Cerignola) da un “santone” che compieva miracoli di guarigione a detta di tante persone ma, ovviamente, non ottenne risultati se non un grosso esborso economico. Se fossi stata più grande e avessi avuto contezza di quello che stavano facendo, li avrei sicuramente linciati. Comunque, sono stata battezzata come la stragrande parte dei bambini in Italia (avevo appena compiuto un mese ed ero stata appena adottata) e sono cresciuta andando a messa la domenica, a catechismo, ho fatto la comunione e la cresima e mi sono sposata seguendo i precetti di “Santa Romana Chiesa”.

Tuttavia, più crescevo più mi ponevo domande, qualcosa non mi tornava, ho sempre considerato Gesù un essere potentissimo, quasi un supereroe, ma mi suonava strano il fatto che non si fosse mai sposato o che avesse una mentalità così chiusa così come la dipingono nei Vangeli. Così ho cominciato a leggere documenti “alternativi” e non ufficiali e mi si è aperto un mondo che non conoscevo e che volevo a tutti i costi approfondire. Sono sempre stata curiosa, e la mia curiosità mi portava a fare domande scomode, soprattutto in ambienti molto bigotti come la parrocchia che frequentavo assiduamente. Era l’unico posto in cui mia madre si fidava che andassi, abituata com’ero a stare in mezzo ai maschi e a zonzo per il quartiere. Mi definivano tutti una vera e propria maschiaccia e di questo non mi sono mai lamentata, anzi, mi piaceva essere fuori le righe. Mi definivano una bambina “strana”, con i capelli mezzi rossicci, una strega. A volte mi arrabbiavo per questo, altre volte immaginavo di fare incantesimi e bruciare tutti coloro che mi facevano male. Un vero disastro di bimba.

La parrocchia vicino casa ho cominciato a frequentarla di più nel periodo in cui mia madre morì, avevo 17 anni e mi sentivo sola, senza un porto sicuro dove andare, dove sentirmi accolta e compresa. Lì pensavo che sarei stata bene (non volevo farle un torto) e per un po’ di anni ho fatto tante attività, anche se venivo spesso richiamata per i miei modi non proprio ortodossi. Parlavo molto liberamente, soprattutto con i ragazzi che seguivo, anche di cose scomode come il sesso, e consigliavo loro che se proprio dovevano farlo, che stessero attenti. Una cosa del genere detta da una catechista fu scandaloso! Dovevo insegnare che si arriva illibati al matrimonio e che non si devono commettere atti impuri. Per tutta risposta, dopo un po’ di tempo smisi di seguire i ragazzi. E meno male che vivevo in una città abbastanza grande e non in un paese chiuso, altrimenti mi avrebbero messa alla gogna.

Devo essere sincera: credevo in quello che facevo, volevo rendermi utile e aiutare soprattutto i ragazzi a saper discernere e a fare le scelte a loro più funzionali, pertanto non insegnavo affatto le preghiere come da prassi (chi se ne fregava!), il mio obiettivo era insegnare a diventare persone consapevoli e responsabili. In quell’ambiente fu impossibile, ovviamente. Così, feci una cosa molto semplice: mi tirai fuori e smisi di aiutare. Il parroco mi propose di seguire le catechesi per adulti ma, allergica com’ero alle sette, risposi con un no secco. Cedetti, tuttavia, alle sue insistenze e accettai di andare ad un incontro, consapevole che ne avrei combinata una delle mie. E così fu. Feci domande scomode, poi vomitai a quella gente tutto quello che pensavo della loro comunità di falsi e ipocriti. Chi seguiva l’incontro veniva additato come peccatore da redimere e salvare, loro erano le persone che avevano conosciuto la Verità e volevano farla conoscere agli altri.

 

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Queste assurdità mi fecero rizzare i peli in corpo e mi feci conoscere anche da quella platea. Ovviamente, il parroco mi invitò a non recarmi più agli incontri. Obiettivo raggiunto.

Ci fu anche un momento in cui, non sapendo cosa fare della mia vita, mi rinchiusi in un monastero benedettino per un mese. Magari era quella la mia strada. Stavo attraversando un momento molto difficile, mia madre era morta da qualche anno e cercavo di affrontare il tutto con l’aiuto di Dio, quel Dio con il quale ero profondamente arrabbiata e che pareva non mi ascoltasse mai. Il mio parroco mi consigliò un periodo di ritiro, mi avrebbe fatto bene. Ovviamente, tornai a casa, non era di certo la vita che volevo fare.

 

Poi arrivò la morte di mio padre. Non avevo ancora compiuto 30 anni e mi ritrovai tutta sola, sbattuta fuori casa, ero in affitto e non potevo più permettermi di pagarlo, ed ero senza un lavoro. Nel frattempo, avevo conosciuto un ragazzo che mi voleva bene, pensavo di volergli bene anche io, ed effettivamente gliene volevo, ma non era amore. Decidemmo di vivere a casa con i suoi e mi aiutò a sloggiare casa. Era il periodo in cui mi ero iscritta all’università di Teologia per avere risposte, che ovviamente non ebbi mai. Il mio parroco (sempre lui!) mi consigliò di sposarmi, non andava bene vivere come una coppia e fare sesso fuori del matrimonio, così mi ritrovai sposata dopo pochi mesi con una persona che alla fine si rivelò non essere quella che credevo. C’erano tante cose che non andavano, e anche se mi accontentava in tutto, non ero felice. Mi sentivo soffocare ogni giorno di più. Non c’era intimità, lui guardava i porno al pc e non mi calcolava e io mi sentivo così sbagliata e brutta. Quando ne parlai con il mio parroco, lui sminuì molto la cosa e mi disse di pregare Dio. Ero stufa di pregare! Volevo una soluzione ai miei problemi! Nel frattempo avevo conosciuto un collega di cui mi innamorai e che oggi è il mio compagno da 13 anni, e decisi di separarmi e di annullare il matrimonio (quest’ultima avrei potuto risparmiarmela, soprattutto dal punto di vista economico, ma le influenze della Chiesa erano ancora forti). Non l’avessi mai fatto! Fui bollata come la distruttrice di famiglie e lasciata sola ad affrontare tutto ciò che comportò la mia scelta. Il primo ad abbandonarmi fu proprio il mio parroco, che consideravo come un padre. Da allora decisi che non avrei mai più messo piede in una Chiesa se non per ammirarne la struttura e le opere in essa contenute merito degli artisti e non di certo dei preti, ed ebbi la conferma che ero caduta in una vera e propria setta di folli che, con la scusa della religione, in realtà facevano solo male alle persone. Complessata com’ero accusai non poco il colpo, ma con l’aiuto del mio compagno superai anche questa.

La cosa difficile fu farmi accettare dal padre di lui, diacono (era una persecuzione!!!), che non voleva assolutamente che il figlio stesse con una divorziata di cui parlavano anche male in paese, dicendo che avevo lasciato il marito con tre figli (tra l’altro, mai avuti). Che madre snaturata ero… Si dovette ricredere presto, e ora è felice vedere il suo figlio più piccolo vivere una vita tranquilla con una compagna, anche se preferirebbe ci sposassimo in Chiesa (non accadrà mai!).

Anche all’università di Teologia mi feci conoscere: le mie domande scomode mettevano in crisi i preti miei docenti e io mi divertivo un mondo a metterli in difficoltà. Volevo che ammettessero che almeno alcune cose che la religione cattolica insegna e impone non sono per niente coerenti con gli insegnamenti di Gesù. Riconosco che ero molto arrabbiata con quel sistema e mi chiedevo come fosse possibile essere così ciechi di fronte all’evidenza. Dopo il divorzio promisi a me stessa di non avere più a che fare con questa gente e cominciai a nutrire un profondo risentimento, oltre che odio, nei confronti di tutto ciò che è cattolico.

Non ho subìto abusi all’interno della parrocchia (quelli li ho subiti fuori), né ne ho sentito parlare nel periodo in cui la frequentavo, era un ambiente tutto sommato tranquillo, almeno così l’ho percepito.

 

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Una violenza però mi è stata fatta: mi hanno plasmata la mente, mi hanno inculcato le idee più assurde e oggi ne subisco ancora le conseguenze. E per questo sono arrabbiata o, meglio, furiosa. Inutile dire che l’unico mio rimpianto è quello di non aver ascoltato Dio che mi parlava, non sono stata così “acuta” da avvicinarmi alla spiritualità come sto facendo finalmente, da ormai un anno a questa parte con ACD. Questa è una cosa di cui non vado fiera e me ne dispiace molto. Spero solo che con questo percorso io possa purificarmi da tutte le energie negative che ho assorbito in tutti questi anni (e sono tante!) e che possa trovare finalmente la pace che tanto rincorro da quando sono nata. Grazie a Angel e ai suoi insegnamenti so che tutto ciò sarà possibile, non tutto è perduto. Se avessi un figlio, sicuramente non lo farei battezzare, odio le etichette e tutto ciò che rappresentano, soprattutto se si tratta di Chiesa; sceglierebbe lui in età adulta cosa fare della sua vita. Gli insegnerei, però, i valori e le Arti Psichiche, proprio come Angel fa con noi studenti, affinché riaffiorino i ricordi di vite trascorse a guarire gli altri e a combattere l’oscurità.

 

Miriel

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