Gli anni del Collegio

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Quando si scrive la propria mente crea scuse, per non toccare ed affrontare certi argomenti o situazioni. Ho raccontato già buona parte degli eventi del mio vissuto negli anni del collegio ma desidero adesso riproporli senza togliere nulla, come se prendessi il nodo dei miei ricordi e lo sciogliessi davanti a me stessa e rivedere ogni singolo fotogramma che mi appare. Questo vissuto è stato solo mio per tantissimi anni, ogni volta che provavo a raccontarlo notavo che subito dopo le persone a cui lo dicevo stavano male o litigavano con qualcuno, pensando forse che la negatività di quel periodo influenzasse chi mi aveva ascoltato, da allora ho smesso perché non volevo che la mia sofferenza potesse portare sofferenza ad altri. Per questo non sono andata nel profondo quando l’ho affrontato su carta la prima volta, pensando che il concetto principale che volevo trasmettere era il ruolo della Chiesa o meglio Setta e dimenticandomi che gli atti di bullismo che ho subito erano ad essa collegati.

Ma grazie alla mia maestra spirituale Angel Jeanne ho compreso che tutto quello che è successo lì in quelle mura e fuori, ogni singolo evento può avere la sua importanza e che tutto è collegato alla sola Setta, per questo adesso qui racconterò tutto.

All’età di 6 anni mia madre iniziò a stare male e passava molte giornate in ospedale, per questo i miei decisero di portarmi in quel luogo chiamato “Collegio di Suore”, o vero una casa gestita da suore dove andavano i bambini con famiglie disagiate o orfani. Avevamo problemi economici e nessuno che potesse aiutarli a gestire una bimba così piccola, nessun nonno in vita ne parenti vicini, per questo pensarono che fosse l’opzione migliore.

Dei miei sei anni ricordo poco di quello che ho vissuto lì, non ricordo quando sono entrata in quel luogo, non ricordo i volti e i nomi delle suore, e nemmeno delle bambine che erano lì, tranne una che mi sarei ritrovata anche ai miei otto anni, quando tornai in quel luogo. Questo non ricordare, col senno di poi, mi ha permesso di capire che è stato causato da un’infinità di traumi. Il dolore provato al collegio, per colpa delle suore e del bullismo da loro spinto fra le bambine, mi ha privato della memoria per molto tempo, forse per proteggermi, forse per altro.

L’ambiente lo ricordo come abbandonato, l’edificio era fatto di due piani oltre al pian terreno e di un garage che era diventato una vera e propria chiesa con altare e tutto.

Il collegio era situato sulla piazza principale del paese, dove passavamo il nostro tempo nel tempo libero quando non pioveva. Entrati c’erano le scale ogni volta che le vedevo ricordo che mi davano il vomito fin dalla prima volta, per quanto potevano essere illuminate dalla luce, io li vedevo sempre avvolte come da una nebbiolina nera, tutto quel luogo era come se nonostante si tenessero le finestre senza tende, la luce non riuscisse ad entrare ed era avvolto da questa nebbiolina nera che soprattutto la sera vedevo meglio. Al primo piano non ricordo nulla nei miei sei anni, so che era sempre stato adibito alle suore e noi non potevamo entrarci, nei miei otto anni invece ricordo che era pieno di mobili ben curati e di valore come tantissimi oggetti, vasi, centrini, tende sfiziose, vi era pure un piano al muro che la suora più anziana ogni tanto suonava ma che a noi non era permesso toccare.

 

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Il primo piano era principalmente un’unica sala grande e spaziosa, con in fondo i tavoli della sala mensa e il bagno in fondo, e poi delle stanzette piccole ai lati e la cucina. Uno dei ricordi che ho nei miei sei anni era che il pomeriggio dopo pranzo eravamo costrette soprattutto le più piccole, in particolare io e una bimba che chiamerò O. che ai tempi aveva penso 9 o 10 anni in quanto andava in 5 elementare, a fare il riposino pomeridiano. Lo facevamo su delle sedie di legno messe una di fronte all’altra, erano quelle con la seduta in corda che ti lasciavano sempre i segni sulle gambe e sul viso, perché non ci davano nemmeno dei cuscini dove poggiare la testa. Ho questo ricordo in cui O. dopo che tutti erano andati via mi prendeva per mano e mi portava nel bagnetto accanto. Io mi sdraiavo a terra e lei si metteva sopra di me, facendo su e giù con il bacino, come a simulare l’atto sessuale su di me. Ho un unico ricordo, ma in quel ricordo per me era una cosa così normale come se non fosse la prima volta che mi portava lì e mi faceva quelle cose. In quei momenti non provavo nulla, come una bambola, tu gli dici di fare qualcosa e lei la fa. Non so dove O. lo abbia appreso, tutto posso credere ma non che sia nato così spontaneo, lei aveva passato tutta l’infanzia lì dentro, senza televisione, non vedevamo mai un film, senza internet che non esisteva ai tempi come nemmeno i cellulari, non so perché lo facesse, ma so che di certo, in quel luogo di culto, fatto di suore e rosari quotidiani, quando ritornai lì due anni dopo lei si prostituiva, era una bambina di 12 anni, e spesso la vedevo chiedere all’ altra ragazza grande quanto lei di guardare se arrivassero le suore. Poi un uomo si presentava, ogni volta cambiava, le età erano diverse, certe volte era un signore anziano altre volte un ragazzo almeno sulla trentina, arrivava con il motorino al bordo della piazza, e lei andava via con lui. Io ero troppo piccola per poter comprendere cosa succedesse, dove andava e cosa faceva. So che tornava con i soldi poi in più per comprarsi le sigarette. Quelle persone cambiavano, ma la modalità era sempre la stessa. In pieno giorno, davanti gli occhi di tutti, una bimba perché questo era anche lei, di 12 anni si prostituiva, una bimba cresciuta tra le suore, dove avrebbero dovuto dargli degli insegnamenti sani, ma che invece l’hanno portata fin da piccolissima a usare il proprio corpo per denaro. Ho il vomito a solo pensarci, quello che succedeva lì, come si può pensare che gli ambienti ecclesiastici siano luoghi sani se poi dei bambini fanno cose così orribili? Da quanto aveva iniziato, forse anche prima dei dieci anni? Chi l’aveva istigata a farlo? A farle credere che sia giusto?

Quando avevo sei anni c’era questa scena che per molto tempo ho pensato essere quasi un sogno, fin quando non ho ricordato il momento prima, quando vedevo nella sala grande arrivare tutte le suore, scegliere una bambina e poi andare via, io chiedevo alle altre dove le portasse e cosa facessero ed ero molto curiosa, ma nessuno di loro mi rispondeva, restavano in silenzio, e una mi disse che forse un giorno lo avrei saputo pure io. Riporto quanto ricordo e che ho scritto anche nel documento precedente:

“Sempre ai miei sei anni, c’era la sera un momento dove tutte le suore chiamavano una bimba e la portavano nella parte più profonda del palazzo, oltre il garage dove al posto era stata fatta fare una cappella, le portavano in questo credo cantina non so, dove a me non era detto nulla di cosa succedeva ed accadeva e per molto tempo non ero stata portata lì. Vedevo ogni tanto le suore scegliere una delle bambine e andare giù ed io ero molto curiosa e volevo essere scelta anch’io, finché non toccò a me. Fui circondata dalle Ombre Nere, nel mio ricordo loro avevano tipo delle candele o lumini, comunque delle cose che facevano luce perché questo posto dove mi portavano non aveva corrente elettrica. Scendemmo le scale sempre più giù fino ad arrivare a questo posto, mi sembrava di stare dentro una grande grotta, le pareti erano come scavate, c’erano tante stanze sulla destra mentre avanzavamo chiuse ognuna da una porta, loro le aprivano e in ogni stanza c’erano solo una tipologia di vestiti ammucchiati, tipo solo magliette di bimba, in un’altra stanza solo pantaloni, non capivo il perché li tenessero lì ammucchiate.

 

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Loro entravano e prendevano quello che gli interessava e poi si proseguiva silenziosi nell’altra stanza. In una erano presenti delle scarpe, si girarono verso di me per chiedermi di scegliere quelle che volevo, da poco si erano rotte il mio unico paio di scarpe, io presi delle belle scarpette nere lucide laccate, mi piacevano tanto, non me le provarono nemmeno ai piedi, le presero e via, ed infatti dopo erano troppo strette, ma non potevo cambiarle e dovetti camminare con quelle scarpe strette per diverso tempo, con i dolori continui ai piedi. Continuando dopo quella stanza ricordo che andammo avanti in un posto con più luce, ma da lì non ricordo altro, non ricordo dove mi portarono, cosa succedette, quando tornai in stanza, non ricordo nulla”.

Vorrei tanto nel mio cuore che questo evento non fosse legato a nulla, che semplicemente le suore mi portarono a prendere un oggetto mancante, ma qualcosa dentro di me mi ha sempre detto che non era così, che qualcosa accadde anche se io non lo ricordo, e che qualcosa accadeva anche alle altre ogni volta che venivano chiamate. Forse era il luogo dove O. aveva imparato quei movimenti legati al sesso che la portarono dopo a decidere di prostituirsi con tanta facilità e così piccola? Perché lo ripetevano così spesso? Perché portavano una bimba alla volta e non tutte insieme? Mancava davvero ogni sera un vestito, una canottiera a ogni bimba? Perché i vestiti erano selezionati e messi in quel modo quasi come gettati nel mezzo della sala, mi fecero una tale impressione ai tempi e mi ricordarono quelle immagini dei mucchi degli oggetti che i nazisti facevano con gli oggetti delle persone rinchiuse nei campi di concentramento.

Vorrei tanto dirmi che all’età di sei anni quando ero in quel luogo non mi era stato fatto nulla di male, ma il modo in cui cambiai di carattere, il modo in cui divenni come una bambola che faceva qualunque cosa gli venisse detto, in cui non provava più ne schifo, ne disgusto, né gioia, né orrore, ne paura, come un corpo vuoto che si muove a comando, mi fa pensare e credere che qualcosa sia accaduto, che sia stata in un qualche modo seviziata.

In adolescenza ricordo che vidi un servizio in TV, un’intervista dove non si sentiva la vera voce o il volto della ragazza che aveva poco più la mia età, che aveva subito violenze da bambina e che il padre l’aveva usata per dei rituali satanici. Ricordo che la cosa mi aveva colpito tantissimo, tremavo ad ascoltarla come se non parlasse solo di se stessa ma anche in un certo senso di me, quel servizio mi fu utile perché mi fece capire tantissime cose. Lei come me in adolescenza aveva problemi ad approcciarsi con l’altro sesso, come me anche quando il proprio ragazzo voleva anche solo darle un bacio o sfiorarla lei aveva profondi sensi di vomito, e restava bloccata dalla paura, era una reazione istintiva che non capiva e nel tempo ha cercato delle risposte, tra psicologhi e altro che l’hanno aiutata a riportare alla luce dei ricordi di quando era piccola, e di cosa il padre le faceva fare e dove la portava, di questi rituali dove veniva seviziata, dove venivano anche uccisi animali e spesso c’erano anche altri bambini.

L’ascoltare le sue parole mi aiutarono a ricordare cose che il datore di lavoro di mio fratello mi fece da piccola e quindi io correlai i miei problemi a lui pensando che fosse stato solo lui. Ma negli anni delle persone mi hanno detto che il mio disgusto e la sensazione di vomito, gli attacchi di panico, la reazione di totale dissociazione che avevo, non potevano essere stati solo per quello, ma mi deve esser successo qualcosa altro da bambina che non ricordo e che nel tempo mi portarono le reazioni istintive di terrore che ho provato per tanto tempo e su ci ho dovuto lavorare piano piano per migliorare.

 

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Per tanti anni anche solo l’essere abbracciata da un ragazzo come saluto, mi creava al istante paura, e vedendo le mie coetanee adolescenti che non avevano queste reazioni quando chiedevo loro, mi chiedevo se forse avevo qualcosa di strano, solo quando vidi quel servizio in tv capii che come lei, le mie esperienze da bambina avevano creato quelle reazioni istintive, ma io le correlai solo a quello che era accaduto con il datore di lavoro di mio fratello di cui ricordavo gli eventi, non pensando minimamente che come lei, ci siano state cose accadute di cui non ricordo nulla, soprattutto dentro quelle mura “sante”, dentro quello spazio chiuso dove parola non poteva mai uscire.

Sono comunque certa che qualcosa era accaduto per come sono cambiata di carattere, perché io all’asilo e all’inizio delle elementari ero una bimba estremamente allegra, mi piaceva creare nuovi giochi e coinvolgere tutti quanti, mi era facile fare amicizie e stare con gli altri bambini. Ma durante quell’anno delle elementari qualcosa cambiò in me e le mie compagne di classe iniziarono a notarlo; non parlavo più, non ero più vivace ma ero taciturna, e soprattutto notarono che facevo qualunque cosa mi dicevano e iniziarono a giocarci con questa cosa. Ho questo ricordo in cui per ricreazione mi portarono in bagno e mi dissero di leccare il pavimento, e io senza nemmeno un attimo di dubbio, di pensiero come tutti possono avere del tipo: “che schifo non lo farò mai!!”, come potrei avere anche io stessa oggi, la me di allora invece si inginocchiò leccando il pavimento. Loro rimasero scioccate e provarono un’altra cosa, ci chiudemmo dentro la stanzetta dove è presente il WC e mi dissero “metti il piede nel gabinetto”, ricordo che io abbassai lo sguardo a guardarlo, non avevo nulla nella testa, alzai semplicemente il piede e stavo per metterlo, quando in quell’istante suonò la campanella che indicava la fine della ricreazione e tutte loro scapparono via correndo e ridendo e io mi fermai e le seguii passivamente.

Ricordo che quando avevo 8 anni e ritornai in collegio essendo arrivata per ultima non dormivo nello stanzone con le altre che era pieno, ma mi fecero mettere in una stanza con due letti dove però ero da sola, ogni tanto ci dormiva anche un’altra bimba, ma loro cercavano per lo più di stare tutte insieme, io invece avendo paura che mi facessero altro anche di notte mi accontentavo di dormire da sola, anche se avevo paura. Così un giorno mi portai da casa un orsacchiotto. Vedendolo le altre bimbe iniziarono a prendermi in giro, dicendomi “che cosa ci hai fatto con questo orsacchiotto questa notte? Mi hanno raccontato cosa facevi a sei anni quando stavi qui!”, ridevano e mi prendevano in giro, anniccando a qualcosa di volgare che io però ai tempi non capivo avendo rimosso quasi tutti i miei ricordi di quando avevo sei anni, anche se era passato così poco tempo. Oggi ho una vaga idea su cosa mi abbiano potuto far fare, visto già quel ricordo che ho con O. che mi portava in bagno.

Ritornando ai miei sei anni la sera quando eravamo fuori, le bambine in piazza si divertivano a farmi cantare canzoni estremamente volgari con tono alto, mi sentivano tutti e tutti ridevano di me, io pensavo che li divertivo non sapevo nemmeno il senso di quello che stavo cantando e così continuavo, non comprendendo nemmeno cosa stesse accadendo realmente.

 

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Ricordo poi di quell’evento, che come un frammento a se, non so da dove nasce e dove finisce, eravamo in quella sala studio dove c’era un tavolo/scrivania tanto rovinato, ricordo i busti delle altre bambine più grandi e alte di me essendo io la più piccola e loro ormai quasi delle medie, alcune ridevano e altre mi dicevano che una di loro stava male, e che io dovevo farle passare il suo dolore, allora non so il perché il metodo era che io dovevo sbattere la testa forte al muro, la battevo ancora e ancora sempre con più forza, mentre loro ridevano e si divertivano, dicendomi che non bastava dovevo fare di più. In quei ricordi non c’è mai una suora, non c’è nessuna di loro, la loro presenza era inesistente. Anche per anni dopo, quando dai pensieri mi sentivo impazzire, ripetevo quel gesto sbattendo la testa al muro, sperando che facesse andar via quel dolore che avevo dentro.

I miei ricordi di quell’anno sono disconnessi e frammentati, e per lo più sono pieni di buchi, di vuoti totali, che non sono mai riuscita a colmare, l’ultimo fu il giorno in cui finalmente tornai a casa dai miei, sapevo che quel giorno sarebbe tornata mia madre dall’ospedale, aspettai davanti scuola ma nessuno mi venne a prendere, un genitore poi mi vide e decise di accompagnarmi a casa, ricordo che aprì la porta mia madre e io corsi ad abbracciarla piangendo a dirotto, come non avevo mai pianto prima.

Il tutto non finì lì, i miei problemi a scuola e continui litigi con mia madre, le fecero prendere la decisione quando avevo 8 anni di rimandarmi in collegio, io non ricordavo più nulla delle cose più brutte, ma avevo i ricordi dei soli momenti positivi. Le ragazze non c’erano più era rimasta solo O. che adesso andava in seconda media, e anche tutte le suore e la madre superiora era cambiata, era rimasta solo la suora più anziana. Se ci ripenso il fatto che tutte le suore sono state cambiate e inserite altre suore tutte filippine e straniere, tranne la madre superiora, mi fa così strano, cosa era successo che ha portato a questo cambiamento, mi sembra ad oggi come quando un prete accusato di pedofilia viene poi spostato in un altro luogo, cosa avevano fatto quelle suore e perché rimpiazzarle con tutte suore straniere che sapevano a mala pena la lingua italiana? C’entravano le violenze sessuali sui bambini? Erano spariti dei bambini ed erano state denunciate? Non mi stupirebbe affatto.

In quel luogo la madre superiora designava lei stessa una delle bambine, di solito la più grande, come quella che doveva badare a noi, e parlavano sempre con lei perché poi lei ci organizzasse. Ricordo questo perché ad 8 anni O. un giorno ci disse che quel giorno sarebbero dovuti arrivare ospiti a pranzo e che io in particolare dovevo comportarmi bene altrimenti me l’avrebbe fatta pagare. Non so cosa succedeva se lei non eseguiva gli ordini delle suore, cose le facevano, se la ricattavano con la famiglia, se veniva maltrattata o altro, ma qualcosa delle suore la spaventava, lei che era così senza scrupoli, cosa poteva mai spaventarla?

Questo aveva creato però un vero e proprio sistema di nonnismo, dove lei essendo la più grande ci comandava a bacchetta e ci usava per eliminare la sua noia. Non dico questo per simpatia, perché per O. non ne ho minimamente, ma sono certa che se era così cattiva e subdola nonostante fosse così piccola, una buona parte aveva creato tutto questo quell’ambiente disumano di quel collegio in cui era cresciuta.

Ribadisco che le suore non facevano mai un sorriso, un apprezzamento, un abbraccio, erano come ombre fredde che ti poggiavano il cibo nel piatto, ti lavavano, e facevano attorno a te le cose di necessità senza mostrare un mino di affetto come dei robot programmai, mai nulla di umano verso delle bambine che erano da sole senza genitori in un luogo vuoto e privo di ogni stimolo.

 

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Io non so se si sa cosa si prova ad essere obbligati a separarsi dalla propria famiglia e messi insieme a della gente sconosciuta con cui devi vivere, per dei bambini non è un bel evento, spesso si preferisce stare in una casa senza avere il cibo per cena che essere separati dalla propria famiglia, eppure nessuno ci dava quel minimo di affetto per sentirci meglio, e posso immaginare lei che era vissuta tutta la sua infanzia ed adolescenza lì, lei che non conosceva minimamente cosa significava ricevere e quindi dare affetto, ma che aveva solo subito dalle ragazzine più grandi e dalle suore, come poteva non diventare il mostro che si era trasformato.

In quel luogo non c’era la tv, non esistevano ancora telefonini e cellulari, comunque parliamo di meno di trent’anni fa, e quindi trovare il modo di passare il tempo era fondamentale. Già dal primo giorno lì, ignara di tutto e felice di essere tornata nella amnesia, iniziammo a giocare con O. che decideva come, si iniziò con giochi semplice in cui seguendo una canzoncina si facevano dei gesti, come dal semplice giro giro tondo, al coccodrillo come fa, ma poi ad un certo punto cambiò il tipo di gioco e O. iniziò a dire “Adesso ridete tutti!” e noi dovevamo ridere, “Adesso piangete!” e chi riusciva a far uscire delle lacrime vinceva, quella che si impegnava di più era una bimba di nome SN. che era quella che adorava O. e che era più grande di me di due anni, faceva tutto quello che le diceva, senza scrupoli. Poi c’era una ragazza grande quanto O. che chiameremo S.M. che le stava sempre al fianco, spesso mi guardava con pietà, provava a dire ad O. di non esagerare in alcune cose, ma alla fine stava zitta e osservava ogni cosa senza interagire veramente, lei non mi hai mai bullizzata e O. non la comandava, era come un’amica credo per lei. Poi vi erano le due sorelle di O. e di S.M. che chiamerò G. e V., loro due venivano un po’ bullizzate, o meglio O. le usava per i suoi giochi, ma l’oggetto della sua passione ero io, ero io quella da piegare e da far soffrire più di tutti, soprattutto dopo che ho osato dire la verità agli adulti.

G. e V. erano un anno più grandi di me, ma fisicamente sembravano molto più grandi, io ero quella più piccola non solo di età ma anche di statura, oltre ad avere un carattere ormai reso estremamente timido e sottomesso.

Questi giochi in cui lei si divertiva a farci fare quello che voleva, a comando, si facevano spesso la sera dopo cena quando non si poteva uscire. Per il resto non avevamo nemmeno dei quaderni o colori per poter disegnare, non c’erano giocattoli o giochi di qualunque tipo, le sale con le scrivanie e i tavoli erano vuoti e noi potevamo stare lì solo per studiare, sempre e solo quando O. decideva, perché se lei decideva che non dovevamo fare nulla, quello accadeva, anche se le suore ci urlavano contro e si arrabbiavano, noi dovevamo star ferme e non dire una parola e subire tutto e non toccare un libro o un quaderno, perché naturalmente non potevamo dire che era stata O. a comandarci di non studiare. Mi ha sempre fatto ridere che i miei mi mandarono lì per aiutarmi con la scuola, e io lì studiavo meno che a casa da sola, quanto è ironica la vita!

Nel tempo i comportamenti di O. diventavano sempre più violenti, se non facevi come diceva lei, se perdevi nei suoi “giochi”, venivi picchiata, e spesso anche quando facevi come lei diceva, venivi picchiata ugualmente, mi ricordo quando a tavola una volta che c’era gente fui l’unica che stette in silenzio e si comportò bene, ero contenta perché ero riuscita a non vomitare (vomitavo sempre quando mangiavo lì perché non riuscivo ad ingoiare il cibo), e quando finimmo di mangiare, O. rimproverò tutte quante le bimbe e guardandomi mi disse si sei stata brava, ma non per questo non verrai punita anche tu, con un sorriso malefico.

 

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Quindi quella notte poco prima di andare a dormire iniziò, ci prese a pugni sulla testa, era il suo modo di fare, perché se dai dei pugni come un martello sulla parte alta della testa coperta dai capelli non lascia lividi che le suore che ci lavano potevano vedere e magari capire che venivamo in un qualche modo picchiate.

Uno dei suoi giochi preferiti era vedere noi bimbe più piccole picchiarci tra di noi, dovevamo buttare l’altra a terra e contare fino a 10, chi ci riusciva vinceva. Un po’ come nel wrestling, essendo la più piccola e quindi anche con le braccia più corte, era facile prendere subito i miei capelli e tirarmeli, ricordo ancora quanto era doloroso quando mi trascinavano dai capelli, era qualcosa che faceva malissimo, oppure quando mi sollevavano e buttavano su quel pavimento di pietra di strada, perché non eravamo di certo in una palestra con i materassini e le protezioni, ma eravamo bimbe delle elementari per strada che erano costrette a picchiarsi e farsi del male, perché consapevoli che il dolore subito lì era minore delle torture psicologiche e delle botte che avremmo subito dopo. SN. in questi “giochi” cercava sempre di vincere il più possibile, era la più alta e forte tra noi piccole, perché alle elementari anche un anno di differenza, crea un grande divario anche nello stesso sviluppo fisico; perciò, una bimba di 8 anni non si può paragonare ad una di 10 anni.

Una volta però mi arrabbia, non ne potevo più del dolore fisico, di essere sempre buttata a terra con lei sopra ghignante, allora non so con quale forza, la presi, la buttai a terra e la tenni li ferma, lì lei inizio a divincolarsi ma non ci riusciva allora iniziò a mordermi il polso, e nonostante il sangue colorava i suoi denti, io non mollai, finché non vinsi quella partita. Subito dopo dovettimo rientrare perché ci chiamarono le suore, e O. mi disse di nascondere bene il morso, che non fu mai disinfettato ne curato, anche quando la suora che ci lavava lo vide durante il bagno, non disse nulla e fece finta di nulla, come se quello che ci accadeva non fossero affari suoi. I soldi però che si prendevano dal comune quelli invece erano affari loro!

Alcune volte si univano i bambini in piazza a giocare con noi, ai tempi non era come oggi dove i genitori accompagnano i bambini ovunque, loro uscivano da soli e andavano nel ritrovo vicino e i genitori stavano a casa o a lavoro, tutti ci conoscevamo, quindi tutti ci sentivamo sicuri di lasciare i propri figli in cortile con la vicina, o da qualunque altra parte, rispetto ad oggi non era così pieno di immigrati che girano e ti accerchiano e non sai mai che intenzione abbiano, un tempo eravamo noi cittadini del piccolo paesino, difficilmente c’erano furti e potevi praticamente lasciare la porta aperta di casa senza timori. Oggi invece quando vado giù sento continui furti, l’Italia si è riempita di delinquenza, e negli anni con l’aumentare dell’immigrazione e dello spaccio, persino un piccolo paesino sperduto non è più libero e sicuro.

Quando invece eravamo solo noi era i momenti in cui O. decideva che noi più piccoli dovevamo andare a chiedere soldi in giro, diventava per loro una sfida, soprattutto per SN. che voleva farsi bella agli occhi di O., invece e V. e G. spesso non andavano essendo loro sorelle. Per me era una cosa orribile, piccolina entravo in quel bar, vedevo questa persona grande e grossa e piena di paura dovevo allungare la mia mano per chiedergli qualche monetina, certe volte non ci riuscivo e restavo in silenzio, e poi le prendevo da O. e quelle volte ce mi facevo coraggio lui innocentemente mi dava qualche monetina, mentre io mi sentivo morire dentro per la bugia, perché non serviva a me, ma serviva ad O. per comprarsi le sue sigarette e le sue cose.

 

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Come o detto prima certe volte in quei giorni arrivava una persona in motorino a bordo piazza e lei andava via con lui, mentre noi dovevamo nel caso distrarre le suore, ai tempi guardavo la cosa come strana, pensavo che fossero amici di giochi ma che magari le suore non sapessero e non volevano, mi faccio tenerezza da sola pensando a quello che pensavo di ciò che accadeva.

Adoravano prendermi in giro soprattutto sulla cosa che più desideravo, cioè tornare a casa. Un giorno quando eravamo sul pulmino scolastico per tornare in collegio, le altre bambine iniziarono a dirmi che oggi dovevo scendere alla fermata di casa mia, perché avevano sentito le suore dire che oggi era il mio ultimo giorno in collegio, sapevo che era una bugia, eppure il desiderio era talmente tanto che volli crederci, così scesi dal bus e andai dritta a casa dei miei, mia madre si stupì di vedermi, la supplicai di non portarmi più lì, ma non ci fu nulla da fare, e mi ci riportarono. Le suore allora decisero di ridurre i giorni in cui potevo stare a casa durante il mese, perché mi creavano troppa nostalgia, loro facendoli dicevano che ero migliorata, io invece mi sentivo sempre di più morire dentro.

Un altro grosso problema era con il cibo, in quel luogo tanta per me era la sofferenza che non riuscivo ad ingoiare il cibo, di per se disgustoso, una cucina italiana finta fatta da suore straniere, mi restava in gola e non scendeva e a quel punto vomitavo, ogni giorno vomitavo certe volte non riuscendo a correre in bagno, vomitavo direttamente nel piatto, oppure per strada, questa mio grande problema lo divenne ancora di più perché era per tutti estremamente disgustoso, e mentre le suore mi urlavano di smetterla, O. si infuriava e mi picchiava appena poteva, i loro atteggiamenti nei mie confronti non fecero che peggiorare la situazione, e il fatto che invece a scuola mangiassi normalmente li faceva infuriare di più. Iniziarono a darmi sempre meno cibo e io inizia a metterci tantissimo a finire un piatto anche tre ore, perché non riuscivo ad ingoiarlo, questo mio ritardare tanto, non mi faceva vomitare, ma faceva ingelosire le altre, che vedendo che restavo di più con le suore, pensavano che loro mi dessero qualcosa e che lo facessi per maggiori attenzioni, mentre mi subivo in realtà le loro preghiere serali. Le altre bambine erano costrette a salire subito in dormitorio dopo cena e a mettersi a letto, io restavo fino a tardi, e questo aumentava l’odio di tutte verso di me.

Sembrava che qualunque cosa accadesse fosso fatto a posta per farmi stare sempre peggio.

Il mio inferno non era però solo lì ma anche a scuola dove i compagni essendo che non studiavo mi prendevano in giro, perché nei primi anni delle elementari almeno ai tempi, i bambini più fighi erano considerati quelli che studiavano, invece i più ignoranti erano gli stupidi da denigrare. Un giorno ad esempio addobbarono una sedia ed iniziarono a dirmi sorridendo che da oggi sarei stata la loro reginetta, mi faceva così strano ricevere attenzioni ed essere trattata per la prima volta bene dagli altri, pensavo che era un loro modo di scusarsi, che forse avevano cambiato il modo di comportarsi con me, dopo che mi portarono su questo “Trono” mi fecero sedere, e mi dissero ridendo che ero la regina degli asini, iniziando a chiamarmi asina ridendo, ci rimasi così male, pensavo che forse era cambiato qualcosa invece era solo un nuovo modo per prendersi gioco di me, andai dalla maestra dicendole che mi stavano chiamando asina, e lei ridendo disse che non voleva dire nulla è solo una parola, e se ne andò ridendo pure lei, mi sentii tanto sola in quel momento e volevo solo scomparire.

 

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Oltre questo c’era una maestra molto anziana che aveva come una sorta di gelosia nei miei confronti, per quanto ero sempre tranquilla in classe, lei mi puntava e se la mattina mi vedeva con i capelli lunghi a codine, si arrabbiava e iniziava a tirarmi fortissimo le codine dicendomi che dovevo tagliare questi capelli orribili, oppure mi trascinava dalle orecchie fino alla lavagna se non sapevo qualcosa dicendomi sempre che ero bruttissima e dovevo tagliarmi i capelli, per poi darmi le bacchettate sulla mano con il righello. Lei era pure catechista, una donna di chiesa che picchiava i bambini soprattutto i più poveri del paese, perché quelli più altolocati non osava toccarli… un mostro arancione che era lì solo per fare del male agli altri. Che andava in Chiesa, come tutti i mostri, a farsi perdonare i propri peccati con un “Ave Maria e un Padre Nostro” e poi sentirsi giustificati a tornare a rifare del male perché tanto gli verrà sempre perdonato tutto! Basta andare in Chiesa e sei perdonato di tutto! Questo infatti insegna la chiesa, ed è per questo che i Mafiosi spesso sono tanto religiosi, perché la chiesa li fa sentire puliti, il loro bene e dovere morale loro lo fanno andando lì, confessandosi e dicendo due preghiere, dopo di che anche se dopo ammazzano la gente e creano distruzione e corruzione, non ha importanza perché ogni domenica saranno ripuliti da ogni male….

Come il datore di lavoro di mio fratello dei tempi, che da quando ero molto piccola, ricordo anche quando avevo 4 anni, lui quando veniva a casa nostra, e lo faceva spesso, mi prendeva in braccio, si metteva nella punta del tavolo opposta a quella di mia madre e mi infilava la mano nei pantaloni per tastarmi. Per quanto piccola odiavo questa cosa e chiedevo a mamma se poteva tenermi con se quando veniva lui, ma lei non capiva e diceva che era scortesia non salutarlo… e poi quando avevo circa nove anni questa stessa persona che stava costruendo la sua casa, verso la zona dove andavo a giocare con delle bimbe, lui mi fermava per strada e mi diceva di andare a vedere il lavoro che aveva fatto, allora quando eravamo nella parte più interna, mi bloccava sul muro e iniziava a toccarmi, io rimanevo paralizzata, non capivo perché lo facesse, mi faceva solo paura; lui mi diceva che mi voleva bene, e io chiedevo solo di esser lasciata andare perché dovevo andare e ringrazio Dio che si sia sempre e solo fermato a quello, perché chi sa dove poteva arrivare… ero piccola e non capivo bene, non è come oggi che i bambini sanno così tanto fin da piccolissimi, non avevo modo di sapere certe cose, di cosa mi stesse facendo, sapevo solo che mi faceva paura, e cercavo di evitarlo ma certe volte lui riusciva a beccarmi e io non riuscivo a sfuggirgli, sentendomi solamente bloccata.

Per moltissimi anni ho pensato che questi eventi fossero comuni a tutte le ragazze, che sia normale perché è nella natura dell’uomo essere così. Per molti anni quasi avevo dimenticato certe cose, ma nonostante tutto crescendo e comprendendo, oggi quando vedo quell’uomo mi chiedo se lo ha fatto anche alle sue figlie, o ai suoi nipoti. Mi chiedo se quando andava in chiesa lo confessava al prete nella speranza che forse potesse essere perdonato, o se per lui questi atteggiamenti siano normali, delle forme di affetto, perché è dimostrare affetto palpare una bambina bloccandola con la forza su di una parete di una casa in costruzione. I traumi che mi ha creato me li porto da una vita, eppure io stupida non l’ho mai denunciato solo per non creare problemi, sua figlia era mia madrina, e per anni a causa di questo legame che era stato creato tramite la Setta, io l’ho dovuto salutare, morendo dentro ad ogni suo abbraccio.

 

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La chiesa crea carnefici e li giustifica nel fare del male, non insegna ad essere più buoni, ad essere persone migliori, non converte al bene nessuno, converte solo alla loro dottrina, disgustosa fatta già in ogni sua parola di esaltazione della sofferenza di una delle Divinità più importanti di questo pianeta come Gesù, che continuano a parlare di bere il suo sangue e mangiarne il suo corpo, dove si celebra solo i suoi momenti di sofferenza. La chiesa è una grande batteria di oscurità, vai lì ti carichi di nero e poi torni fuori a ributtarlo agli altri, sentendoti giustificato a far del male perché sei un uomo di chiesa, “dio” è con te, chi sa quale dio…

E allo stesso tempo crea le vittime, come me, che ogni domenica dicevo il nome di ogni singola persona che mi aveva fatto del male chiedendo a dio di perdonarli, perché “Non sanno cosa stanno facendo”. Ogni domenica pregavo che venissero perdonati tutti loro, ora chi legge queste parole potrà provare tenerezza, potrà dire che bambina buona che eri! Io invece provo rabbia e pietà per la me bambina, per quanto era stata manipolata da questa grande Setta mondiale, perché quelle sono le parole che si dicono in chiesa, questo estremo perdono verso il proprio carnefice, di chinarci e perdonare il male subito senza nemmeno provare a reagire e difenderci, è questo che ha insegnato la chiesta e che ha portato l’Italia allo schifo di oggi, la me di allora è l’esempio tipico degli italiani di oggi, una persona che resta ferma alla sofferenza e perdona pure il carnefice. Come oggi dove nonostante l’aumento sproposito ed ingiusto dei prezzi, delle bollette, dove famiglie non sanno più come fare a mangiare e ad andare avanti, la gente subisce e sta zitta, non si ribella, non va in piazza a far sentire la sua rabbia, ma si lamenta si e non reagisce, perché è giusto soffrire, se sei buono devi soffrire, e perdonare il tuo carnefice, rieleggendolo e dandogli tutti i tuoi soldi!

La Chiesa tiene le redini del teatrino di questo paese, controllando le nostre menti, educandoci fin da bambini ad essere sottomessi, a non reagire, a vivere in quel senso di calma di quando ti togli di dosso le TUE responsabilità, pensando che il tuo dovere è solo quello di pregare… Carica da un lato il male e crea inferni per le persone più deboli, non li aiuta, ma li crea e poi li lascia deboli, non gli da nessun MEZZO per tornare in alto, per tornare a vivere, se sei un barbone ti da il cibo e ti lascia essere barbone, se sei povero ti da il cibo e ti lascia essere povero, quale mezzo ti da per essere migliore, per crescere dentro e fuori, non ti da nulla, se non illusioni, belle parole, o parole che lei dice che vogliano dire altro, ma che nel frattempo per la tua mente vogliono dire solo una cosa, sofferenza pura. Tu sei peccatore, tu hai peccato fin dalla nascita, anzi nascendo hai ottenuto il peccato originale, tu devi soffrire, se non soffri non raggiungerai mai il paradiso… questo schifo era entrato dentro di me, dopo anni di rosari, messe e di chi sa quante altre schifezze, ed ero diventata la bambina sottomessa che mai, e dico mai una volta aveva alzato la voce e detto BASTA! Invece chiedeva a dio di perdonare quello schifo. Ad oggi odio ogni persona che dice che bisogna perdonare, prenderei ogni singola sofferenza che ho vissuto nella mia vita e gliela inserirei nel suo corpo per fargliela provare tutta insieme e vedere quanto riesce a reggere tutto ciò, quanto resta di lei/lui. NON SI PUO’ E NON SI DEVE PERDONARE TUTTO QUESTO!

 

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Tutti coloro che dicono che bisogna perdonare, giustificano il bullismo, giustificano la pedofilia, giustificano le violenze carnali, le violenze sulle donne, ogni tipo di sofferenza, e non fanno nulla per fermarle.

Perché l’unico modo per farlo è combattere, prendere in mano la spada e reagire!

La preghiera non è reazione o liberazione ma è sottomissione, è inchinarci davanti al nostro carnefice, è giungere le mani e chiedere pietà in nome di qualcun altro.

Ma come possiamo pensare che tutto si risolve chinandoci davanti al male?

Come possiamo pensare che Dio voglia che facciamo questo, invece che reagire?

Dio è colui che ci guarda le spalle, quando prendiamo la spada è con noi, anche quando ci chiniamo è con noi, e ci lascia liberi nella nostra scelta, perchè gli unici che dobbiamo reagire siamo solo noi, è una nostra scelta!

Lui  rispetta la nostra decisione se vogliamo  essere sottomessi chinandoci e pregando pietà quello otterremo, che saremmo sottomessi dal male, se decidiamo di reagire allora è quello che otterremo, combattere contro l’oscurità e averla vinta.

La chiesa mi ha insegnato a subire, e la mia anima mi ha spinta a reagire, dicendo la verità di quello che mi accadeva, che accadeva in collegio. Lo dissi a casa, ma i mei non mi ascoltarono, allora lo dissi all’insegnante arancione, ma lei decise che dovevo dirlo davanti a tutta la classe e mi fece dire tutto a tutti i miei compagni, dicendo che sarebbe andata al comune a chiedere informazioni, invece non ha fatto mai nulla, e anzi ha fatto si che i miei compagni non credendomi pensando che tanto ero stupida, lo dicessero ad O. quello stesso pomeriggio. Infatti, dopo pranzo rimasta più tardi a mangiare rispetto alle altre che erano già scese in piazza, decisi allora di dire tutta la verità alle suore, si riunirono in sala pranzo con me ad ascoltarmi, ma si arrabbiarono solo con me prendendomi per bugiarda, dicendo che non era vero O. era una santa, una bravissima bambina, e io ero quella problematica! Mentre parlavano SN. la sguattera persa di O. era salita per andare in bagno, passò davanti a noi che parlavamo ascoltando tutto e le suore non si fermarono nemmeno un attimo, anche se l’avevano vista, anche se avevo chiesto che fosse una cosa segreta, loro non si sono fermate e hanno continuato a dire che stavo dicendo solo bugie, che O. non poteva essere così, e so bene il perché decisero di non credermi, perché se veniva a galla tutto quello che succedeva in quel luogo, cosa sarebbe successo alle suore? Sarebbero arrivati assistenti sociali da ogni lato e magari gli avrebbero tolto i fondi dal comune perché non stavano minimamente aiutando i bambini, ma distruggendoli senza curarsene minimamente! Ma ero troppo piccola per comprendere l’ipocrisia degli adulti o meglio della chiesa, il loro profondo attaccamento al denaro e alle ricchezze, ero solo una bambina che aveva detto la verità, che ci aveva provato, provato a reagire in un qualche modo, che aveva provato a chiedere aiuto agli adulti che la circondavano, e che nessuno le aveva creduto, ero stata abbandonata da tutti, famiglia, scuola e derisa dalla stessa Setta, che non aveva sicuramente nessuna intenzione di far finire il mio inferno.

SN. uscì dal bagno quando finì la discussione, mi prese per il braccio e mi sussurrò “per te ora è finita”, mi portò in piazza, dove O. era seduta su una panchina, con due delle mie compagne di classe che ridevano parlando con lei, in quel momento era come se non servissero le parole, vedendo loro sapevo che avevano detto tutto, e vedendo me nello stato di terrore in cui ero, loro sapevano che in realtà avevo detto la verità.

 

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O. lì in piazza non fece nulla, non poteva di certo rovinare la sua immagine tranquilla, mi sorrideva e mi disse che ci avrebbe pensato lei a me.

Quella sera presi tanti di quei pugni da sentirmi male, tanto erano forti da girarmi la testa, non capivo più nulla di quello che mi succedeva.

Ma quello che fece lei dopo fu molto peggio di ogni pugno che io abbia mai ricevuto.

Devo fare una piccola premessa per far comprendere quello che succederà, perché è qualcosa che so esser capitato solo a me, quindi bisogna che la descriva bene.

Il mio paesino quando ero piccola, era molto arretrato di mentalità, c’erano molte cose che decidevano come trattare le persone, e il ceto economico era uno di questo, la mia famiglia era povera e veniva da una delle famiglie più povere del paese, per questo le persone non volevano che i loro figli interagissero con me, perché io ero povera, vestivo con vestiti usati, avevo scarpe rotte, anche se non ero sporca e puzzolente quello no, giocare troppo con me significava abbassarsi al mio ceto. Questo era un motivo per cui tutti i miei fratelli hanno subito bullismo da piccoli, ma su di me era una cosa che seguivano alcune famiglie più chiuse, invece le altre più aperte non si facevano problemi conoscendomi, anche perché ero una bimba intelligente ed educata, avevo appreso a leggere e scrivere a quattro anni e mezzo, adoravo quindi leggere, conoscere e sapere, avevo grande fantasia e mi piaceva creare giochi sempre nuovi e diversi e chi mi conosceva sapeva chi ero e si divertiva molto a giocare con me.

Avevo però uno zio, questo zio era considerato il pazzo del paese, una persona povera con problemi mentali, che farfugliava cose senza senso, che girava con degli stracci e il suo carretto per il paese, una dei milioni di persone che vedo tranquillamente in città, ma che in un paese dei tempi faceva scalpore, ed era oggetto di scherno per tutti. Quel pover uomo era buono, non aveva mai fatto male a nessuno, si metteva solo a cantare per strada, aveva subito talmente tanti interventi ospedalieri, è stato derubato della sua pensione da così tante persone che lo prendevano in casa per poi abbandonarlo, e ogni tanto mio padre cercava come aiutarlo, anche se con tanti figli e poco spazio era complesso. Era una brave persona ogni tanto veniva a casa per vedere me, non ho mai capito bene il perché, mi dava qualche soldino e iniziava a raccontarmi qualcosa di cui non ne capivo il senso, un giorno mi parlò degli americani, mi parlò che loro avevano potere e terre, e tante ricchezze credo, parlò di qualcosa di segreto come se ci fosse un patto qualcosa e poi che lui possedeva qualcosa che loro volevano, poi si perdeva e poi riprendeva, erano cose strane che comunque non capivo ma vedevo che lui me le diceva come fossero importanti che dovevo ascoltare, ma era difficile seguirlo, quel giorno mi regalò una radio e se non sbaglio dopo non venne più a trovarmi. Nel paese ogni famiglia ha il suo nomignolo dispregiativo, con cui vengono chiamati quando li vuoi insultare, anche la mia famiglia lo aveva ed era nato da questo mio zio che chiameremo N.

Lui per strada non mi riconosceva e io nel tempo ho iniziato ad evitarlo perché la gente associandolo a me, come schernivano lui schernivano anche me, per questo iniziò un bullismo da tutto il paese, e la persona che lo iniziò fu proprio O..

 

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Il giorno dopo aver detto la verità, O. era stranamente tranquilla, mi sorrise e mi chiese se N. fosse mio zio, io gli dissi di si, e mi disse sai che lo chiamano X? Io non sapevo cosa volesse dire X, sorrise spiegandomi.

La cosa morì lì e poi il pomeriggio quando scesi per giocare in piazza, c’erano anche gli altri bambini e quando mia avvicinai toccando la spalla di una, questa mi allontanò disgustata, facendo il segno con una mano di avere uno spray disinfettante con cui disinfettarsi dal mio tocco. Mi disse che ero rognosa, avevo la rogna, ero sporca e dovevo stare lontano da lei, e così iniziarono a fare tutti quanti, mentre O. se la rideva, mi disse che dovevo allontanarmi, loro non mi volevano con loro perché potevo infettarli, per questo da quel giorno nessuno più giocò con me, e io rimasi sempre da sola durante quei momenti sulla panchina della piazza a guardarli giocare. Per tutti ero una persona sporca, disgusta e come infetta, che se toccavo qualcuno loro dovevano subito pulirsi e disinfettarsi perché potevo trasmetterli questa malattia immaginaria, questa idea iniziò a diffondersi tra tutti i bambini e i ragazzi del paese e nessuno più voleva interagire con me o avermi anche solo vicino (quando iniziò il periodo della pandemia mi ricordai di quel periodo e mi veniva da ridere, perché era come se lo avevo già vissuto, avevo vissuto gli stessi identici sguardi di disgusto, perché quei bambini tanto lo facevano che quasi iniziarono a credere che fosse tutto vero).

O. aveva rilevato a tutti chi era mio zio, e aveva detto che avendo lo stesso sangue io ero come lui, lui era sporco e disgustoso e così ero anche io, la cosa si diffuse a macchia d’olio e tutti i bambini e ragazzini del paese iniziarono a prendermi in giro, se giravo da sola per strada, anche bambini che non conoscevano iniziavano a chiamarmi con quel nomignolo dispregiativo e a deridermi, da quel momento l’avere come zio N. si unì ancora di più con il concetto che eravamo poveri e anche gli adulti, moltissimi di loro, iniziarono ad evitare me e la mia famiglia, a schernire anche mio padre chiamandolo X anche davanti a me mentre passeggiavamo. A scuola nessuno più voleva essere associato a me, se si facevano giochi nessuno mi voleva, durante le lezioni di ginnastica nessuno mi voleva nella loro squadra, per tantissimi anni, fin quando ero bambina e poi adolescente è continuato tutto questo, trasformandosi un pochino, ma diventando una forma di bullismo da tutto il paese. La mia migliore amica iniziò a rilevare tutti i segreti che le avevo raccontato se no avrebbero preso pure lei di mira, non l’ho mai perdonata per il suo tradimento. Mia cugina con cui ero cresciuta che per sua fortuna aveva un cognome diverso, faceva finta di non sentirmi e vedermi per strada quando la chiamavo, dentro casa sua dove nessuno la vedeva giocava con me, fuori no. Chiunque veniva visto associato a me, a giocare con me e poi crescendo anche solo a passeggiare con me, veniva schernito come me e preso in giro, per questo i pochi amici che avevo per evitargli di dover vivere quello che stavo vivendo li allontanai, e rimasi totalmente sola, senza amici, senza nessuno, l’unico luogo dove potevo stare era casa mia e nel tempo la mia stanza divenne la mia prigione.

Passai la mia restante infanzia a giocare da sola, a leggere tantissimi libri chiudendomi in qualunque cosa che mi impedisse di poter pensare, di vivere questa vita, perché la odiavo, mi faceva solo che male.

 

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Non capivo che avevo fatto per meritarmi tutto questo, non avevo fatto mai del male a nessuno, non avevo ucciso nessuno, non avevo rubato nulla, trattato male qualcuno, cosa c’era di sbagliato in me, perché tutti mi trattavano così, cosa avevo fatto? Ho iniziato a pensare che il problema ero io, forse ero troppo brutta e disgustosa, forse ero un mostro, per questo le persone mi odiavano, mi allontanavano ed erano disgustate da me.

Tutto ciò durò per così tanti anni e non finì mai del tutto fin quando a 18 anni decisi di andarmene, molti mi dicono che ero stata coraggiosa ad andare in una città sconosciuta, da sola senza conoscenze e con pochi soldi in tasca, invece io dico che ero semplicemente disperata, se non me ne fossi andata ci sarei morta lì.

In adolescenza ho iniziato a soffrire di bulimia, di depressione, volevo suicidarmi e tanto altro ancora, ero totalmente sola, non avevo amici e in quel piccolo mondo che conoscevo ero disgustata da tutti.

Quando le bambine o ragazzine si avvicinavano e mi chiamavano per giocare era perché si annoiavano e volevano qualcuno da sfottere. Io andavo uguale come una stupida per non esser sola, ma dopo troppe volte che era capitato, iniziavo a chiedere una sola cosa, di esser lasciata in pace. Alle medie iniziarono anche i maschi oltre che le ragazze, mi iniziarono a bucare le ruote della mia bici, a rubarmi le poche cose che avevo, ero l’unica della classe a non essere invitata alle feste, e i maschi avevano provato a picchiarmi, ma per loro sfortuna ero molto forte fisicamente per la mia età, perché ero ossessionata dal fatto di allenarmi fisicamente perché volevo essere forte, infatti ero la più atletica di tutti lì dentro e quando un compagno mi tirò un banco in prima media, io sollevai la cattedra da sotto e gliela tirai contro, da quel giorno i maschi non osarono avvicinarsi, solo quelli di terza media, con cui avevo più difficoltà, ma comunque non mi picchiavano sul serio quindi alla fine non mi facevano veramente male, si divertivano a stuzzicarmi.

Le medie furono un incubo, e l’unica cosa dove riusciva a tranquillizzarmi era lo studio, io non avevo soldi e vestivo vestiti usati; invece, da me si usavano tanto essere sempre griffati, vestiti di marca e super alla moda, e questo aumentava lo schernimento verso i miei confronti. Era come se più andavo avanti e più c’era qualcosa che si aggiungeva per cui essere derisa.

Ero molto brava a scuola e tutti venivano a chiedermi di copiare i compiti, sembra quasi un film se ci penso, ero la secchiona brutta che veniva bullizzata, però ero forte fisicamente quindi almeno no picchiata anche perché non avevo più paura di picchiare a mia volta, almeno in quello il mio passato era servito. Decisi di usare il ricatto per liberarmi da tutti loro e poter esser finalmente lasciata in pace, mi segnai ogni singola cosa che loro mi facevano e poi quando mi chiedevano i compiti da copiare, io gli dicevo che visto che mi avete fatto questo e quest’altro, per un mese te lo scordi, chiedevo solo di essere lasciata in pace, non volevo più amicizie, non volevo nulla, volevo che mi ignorassero, che la smettessero, che facessero finta che io non esistessi. Da lì il loro atteggiamento erano iniziato a cambiare, un mio ex compagno di scuola ancora oggi mi ringrazia perché senza di me che lo aiutavo dopo scuola, non avrebbe mai finito le scuole medie. Restavo alla fine una bimba buona, che aiutava chi me lo chiedeva, anche se non se lo meritavano. Ero riuscita così con la mia forza fisica inizialmente e dopo con lo studio a far smettere almeno un poco il bullismo, finalmente in terza media avevo ottenuto quello che volevo. Ma comunque non uscivo mai di casa, mai osavo andare nella via principale del paese, perché sapevo perfettamente vedendomi cosa avrebbero sussurrato tra di loro i vari ragazzi. Gli adulti hanno continuato ancora un po’, a 13 anni il mio primo ragazzo che non aveva il coraggio di portarmi in giro per il paese, ci vedevamo praticamente verso casa mia, un giorno venne con un braccio nero, il padre lo aveva bastonato perché aveva una “relazione” con me, se così si può chiamare essendo così piccoli e andava dicendo in giro che io ero una troia, che suo figlio aveva una relazione con me solo per il sesso… noi eravamo ragazzini innocenti e lui disgustoso maiale andava dicendo quello schifo di una ragazzina di soli 13 anni!

 

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Dopo questa lunga divergenza dove ho raccontato quello che successe dopo aver detto la verità, oggi ho unito tantissimi puntini, ho compreso che la Setta/Chiesa aveva creato un mostro, aveva seminato oscurità nella mia vita e che questa si era diffusa a macchia d’olio rovinando la mia infanzia ed adolescenza, ferendomi nella mente e nel corpo e come una sciocca per tutto quel tempo continuavo a seguire quella dottrina pensando che pregando avrei potuto trovare aiuto. Ma l’aiuto l’ho trovato solo quando ho deciso di reagire ed usare le armi a mia disposizione per cambiare le cose!

In quel paesino tutti andavano in chiesta, ogni domenica con il loro miglior vestito, dai bambini agli adulti, in inverno le donne facevano a gara a chi indossava la pelliccia migliore e dopo tutti quegli anni che cosa avevano imparato? A disprezzare il prossimo per il loro ceto sociale, per il loro aspetto o per come erano vestiti… proprio tutto quello che non ha mai fatto Gesù…

Una vera scuola di crescita spirituali dovrebbe farti crescere come persona, renderti più saggia, renderti migliore, dovrebbe farti capire cosa è sbagliato cosa non va nei tuoi atteggiamenti, dovrebbe migliorarti e darti gli strumenti per migliorare la tua vita in ogni aspetto, come l’Accademia di Coscienza Spirituale, l’unica scuola spirituale che oggi insegna le Arti Psichiche e ti da dei veri strumenti per migliorare ogni aspetto della propria vita!

Ma la Setta ti peggiora e raggrinzisce dentro, come il padre del mio primo ragazzo che andava in giro a dire che ero una troia e che ha picchiato suo figlio… dopo tutti quegli anni di prediche e preghiere, cosa era cambiato in lui, nulla!

Un luogo dove vengono accolti pedofili, mafiosi e ogni tipo di criminali e che questi atti vengono compiuti dagli stessi preti, come possiamo credere che porti energie positive?

Alla Chiesa non importa minimamente l’evoluzione spirituale delle persone, loro vogliono solo la sottomissione, il potere e soprattutto il controllo.

In questo documento mi sono messa a nudo, ho raccontato fasi importanti della mia vita, ferite che mi porto per molta parte ancora oggi, non so chi lo leggerà, ma spero che possa esserti utile, che tu che mi leggi possa trovare nelle mie parole il messaggio che stavi cercando.

 

Lucia

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3 Commenti

  1. Non so bene cosa scriverti ma mi sento di farlo. Dopo ciò che hai scritto non riesco a non dire nulla. Non so come tu sia riuscita ad affrontare tutto questo e ad essere qui a raccontarlo. Quello che hai vissuto fa male a leggerlo. Vorrei prendere ogni singola persona che hai citato in questo testo e vederla soffrire, vederla disperata a chiedere perdono e vorrei poi vederla morire tra le più brutte sofferenze. Questo è ciò che si meritano. Tu invece sei una forza incredibile, complimenti davvero per essere riuscita a scrivere tutto questo e complimenti per essere qui con noi oggi e non esserti persa e rovinata. Non ti conosco, ma ti stimo veramente tanto! Hai fatto una cosa che ben pochi sono riusciti a fare e devi andarne super fiera e orgogliosa! Oggi hai la possibilità di riscattarti e di essere ciò che tu vuoi e te lo auguro con tutto il mio cuore❤️ Ti auguro di riuscire a superare tutto questo. Sono sicura che questo tuo racconto servirà a qualcuno, grazie per averlo scritto, ti mando un abbraccio

    • Ciao Miriam, ti ringrazio per le tue bellissime parole, penso che non avrei mai scritto nulla se non fosse stato per la Maestra Psichica Angel Jeanne che mi ha spinta a raccontare gli eventi per quanto possano fare male. Ti ringrazio per il tuo commento perché mi ha sollevato molto, ammetto che dopo averlo scritto avevo timore del giudizio delle persone, non so spiegarlo bene, ma leggere il tuo commento mi ha ricordato il perché ho accettato di scrivere questo articolo, cioè dare consapevolezza della sofferenza che la Setta\Chiesa crea tramite l’ignoranza delle persone! Grazie!!

      • Beh ti posso dire che il mio unico pensiero su di te quando ho letto il tuo scritto è stato: Cavolo che forza che ha avuto e che ha questa ragazza! Hai detto tutto, senza filtri, ho percepito ogni tua emozione, ho sentito il dolore e la sofferenza, ma ho sentito anche e soprattutto la tua forza! Sei stata veramente forte in passato e fortissima ora ad esserti esposta in questo modo così chiaro, limpido. Quando leggevo avrei voluto abbracciarti, non so cosa ti avrei detto, ma di sicuro ti avrei detto che non sei più sola, che non devi più avere paura e ti avrei detto che sei stata coraggiosa, forte come non mai! Ti avrei detto che anche se non ci conosciamo sono fiera di te e sono contenta che nel mondo ci sia una persona così! Il tuo messaggio è arrivato forte e chiaro e sarà di aiuto per smascherare quello schifo indefinibile che è la chiesa e i suoi fedeli oscuri! E sono sicura aiuterà anche altre persone a prendere coraggio, brava, davvero.

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