Il Nazismo parte dagli amici

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1) Le attività

Uno degli scopi del nazipass era quello di escludere dalla vita sociale le persone che volevano opporsi al regime colpendo tutte le attività di svago, come ristoranti, palestre, cinema e locali. Per molte persone questo non fu un problema, poiché avendo fatto i sieri la loro vita non sarebbe cambiata più di tanto. Una piccola minoranza di loro era persino contenta, poiché in questo modo avrebbero ceduto anche coloro che sino ad allora avevano resistito. Nel mio caso la prima attività che fu preclusa fu quella della palestra, quella in cui mi allenavo da anni chiedeva il nazipass per cui non ci potevo più accedere. Continuai a praticare sport svolgendolo all’aria aperta. Per quanto riguardava i locali o i ristoranti, in un primo momento il nazipass si fece sentire meno. Essendo estate si poteva rimanere all’aperto ed inoltre alcuni di essi permettevano l’accesso a chiunque senza discriminare nessuno. Rispetto a prima uscivo di meno coi miei amici, ma comunque lo facevo, limitando le attività a dei giri in città o in locali all’aperto. Quelli che erano i miei amici, tutti provvisti di nazipass, inizialmente mi diedero supporto e continuammo a frequentarci. Man mano che passava il tempo, anche a causa delle basse temperature, diventò sempre più difficile vedersi e quando il governo vincolò tutte le attività al nazipass, mi trovai escluso da ciascuna di esse. In seguito al nazipass mi separai da molti degli amici che avevo da anni.

In quel periodo però ebbi la fortuna di conoscere altri ragazzi che si trovavano nella mia stessa condizione ed iniziammo ad uscire insieme. Oltre ad organizzarci per vederci in casa, iniziammo a frequentare due locali vicini alla nostra zona che non chiedevano il nazipass. Il primo era una pizzeria che si oppose al regime per tutto il periodo in cui era chiesto il nazipass, all’interno era possibile mangiare in tutta tranquillità. Non chiedeva nulla, nessuna mascherina e nessun nazipass. Era bello tornare a mangiare all’interno di un ristorante e poter respirare aria di libertà. La prima sera andammo in due, all’interno quella pizzeria era completamente vuota e lavorava solo per asporto. Dopo alcuni mesi iniziò a riempirsi sempre di più fino al punto che per avere posto era necessario prenotare. Probabilmente si era sparsa la voce che era un locale libero. Sono contento che il Karma li abbia aiutati, quella pizzeria si è sempre opposta al regime anche dopo che qualcuno aveva fatto la spia su di loro ed avevano ricevuto multe e controlli. Andammo per tutto l’inverno in quella pizzeria e lo facciamo tutt’ora. Il secondo locale lo conobbi tardi, verso la fine del periodo del nazipass. Si trattava di un ristorante che faceva dei finti controlli sul nazipass. Lo chiedeva a tutti i clienti al momento dell’ingresso, ma se si diceva di non averlo lasciava ugualmente entrare. Prima di far sedere chiedeva di poter simulare il controllo, in modo da evitare che qualcuno facesse la spia su di loro. Ci fu un terzo locale che, inizialmente contrario alle restrizioni, subì dei controlli e a seguito di essi dovette adattarsi al regime. Si trattava di un ristorante suddiviso in due sale, una interna ed una esterna connesse tra di loro. Quella esterna era chiusa con dei teli di plastica e al suo interno la temperatura era ottimale. Avendo la sala esterna questo ristorante permetteva a tutti di entrare. Dopo alcuni controlli gli dissero che per tenere la sala come esterna e quindi libera, avrebbero dovuto lasciare al suo interno delle finestre aperte per far cambiare l’aria e separare l’ingresso da quella principale. Sono stati costretti a chiuderla poiché col freddo le persone all’interno si sarebbero certamente ammalate come anche i camerieri, costretti a prendere continui colpi di freddo per accedere ad essa. Quando al telefono la cameriera mi raccontava questa storia aveva un tono di incredulità. Infine c’erano quei locali che esponevano proprio il foglio con scritto qui si entra solo col nazipass. Quegli avvisi appesi sulle vetrine non erano molto diversi da quelli che venivano esposti durante il nazismo.

 

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2) Il lavoro

Oltre alle varie attività il governo vincolò anche il lavoro al nazipass. Decisi che non avrei mai ceduto al nazipass in cambio del lavoro, quindi fui sospeso dal giorno in cui entrò in vigore fino a quando non venne più richiesto. Ricordo il giorno prima di essere sospeso. Ero rimasto al lavoro più a lungo del solito, poiché avevo un turno particolare che finiva più tardi rispetto agli altri miei colleghi. Nonostante dal giorno successivo mi sarebbe stato impedito di lavorare, nessuno sapeva nulla su quello che sarebbe accaduto l’indomani, non era arrivata nessuna comunicazione su quello che le persone prive del nazipass avrebbero dovuto fare i giorni seguenti. Verso sera, quando ormai tutti i colleghi erano andati via, vidi uno dei funzionari camminare in modo strano, era furtivo e sembrava muoversi con la coda tra le gambe come se stesse facendo qualcosa di molto vile. Tra le mani teneva con cura un foglio, vedendolo capii che aveva a che fare con la mia futura sospensione. Il funzionario appese quel foglio all’ingresso, vicino a dove si timbra il cartellino, con scritto che da quel momento per lavorare era necessario mostrare tutti i giorni il nazipass e chi ne era sprovvisto non poteva accedere alla struttura. Chi non aveva il nazipass avrebbe dovuto chiamare tutti i giorni per avvisare che non sarebbe potuto venire al lavoro. Era quasi umiliante dover chiamare di continuo per avvertire che non sarei andato nei giorni seguenti. Nell’ultimo periodo si accontentarono di una mail ogni settimana o ogni dieci giorni.

Essendo stato sospeso non ho lavorato durante tutto il periodo del nazipass, però sono accaduti alcuni episodi tempo prima. Il periodo più duro fu quello di alcuni mesi prima del nazipass, quando iniziarono a diffondere i test del sangue. Dove lavoro i sindacati avevano fatto molta pressione e, con la scusa di tutelare la sicurezza dei lavoratori, avevano reso disponibili per tutti i dipendenti i test del sangue per vedere chi era stato a contatto con il famoso virus. Il problema è che per quanto i test fossero facoltativi, il modo in cui li proponevano li rendeva obbligatori. Se una persona risultava avere gli anticorpi, avrebbe dovuto fare il successivo tampone restando in quarantena. Avvenne quasi una caccia verso coloro che non li avevano fatti, tra i quali anche io. In quelle settimane mi spaventava l’idea che qualcuno tra i colleghi si ammalasse e, a causa sua, anche altre persone. La colpa sarebbe facilmente ricaduta su chi non si era fatto il test. A scriverlo oggi mi sembra quasi assurdo, ma ricordo che in quel periodo percepivo chiaramente la paura di essere additato come un untore, il tutto per aver rifiutato di fare un esame del sangue. Evitai in ogni caso di fare i test ma, a differenza del siero, in questo caso non palesai la mia posizione di contrario e mantenni la riservatezza. Quando iniziarono ad essere disponibili i sieri decisi di non nascondere che mi sarei opposto, sia perché non accettavo di dovermi nascondere e sia per dare coraggio a chi si trovava nella mia stessa situazione, per fargli capire che non era solo. La maggior parte dei colleghi, con i quali ero in buoni rapporti, sostenne la mia decisione e disse che facevo bene ad evitare di farlo perché era pericoloso. Ci furono due episodi in cui alcuni colleghi, soffocati dalla propaganda, mi urlarono addosso per la mia decisione di oppormi al siero. Nella prima furono un collega ed un funzionario, il primo ripeteva frasi diffuse dalla propaganda in modo aggressivo, urlando ad esempio che ero un egoista, che stavo mettendo a rischio la salute degli altri e che era a causa delle persone come me che il governo metteva di continuo le sue restrizioni. Il secondo, con fare gentile, cercava di farmi sentire in colpa dicendo che avrei dovuto fare questo sacrificio per aiutare gli altri e che avrei dovuto farlo anche per una questione di rispetto verso chi avrebbe voluto fare il siero ma non ne aveva la possibilità. Nei giorni seguenti, il primo collega che urlava andò a fare la spia alla funzionaria direttamente sopra di me. Essa mi chiamò nel suo ufficio, e con un sorriso molto falso e sforzato, chiese se mi fossi fatto il siero. Io le risposi di no. Quando comprese che non me lo sarei fatto nemmeno in futuro, iniziò ad urlare per diversi minuti, con le solite frasi ripetute dalla propaganda miste ad un odio personale verso le persone come me. Rimase così tanto ad urlare che alla fine dovette smettere per il fiatone. Quando uscii dalla stanza i colleghi mi fissavano con gli occhi spalancati chiedendomi se la funzionaria fosse impazzita.

 

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Due miei amici continuarono a lavorare facendo i tamponi. Il primo mi raccontò di aver subito davvero tante ingiustizie e tante discriminazioni da parte dei colleghi, praticamente ogni giorno, i quali continuamente gli facevano pesare la sua scelta, ripetendogli le solite notizie inventate dal regime o che le restrizioni erano presenti a causa dei no-vax e quindi anche a causa sua. Mi raccontava che spesso, come umiliazione, controllavano il nazipass unicamente a lui lasciando entrare liberamente tutti gli altri. A volte capitava che uno dei suoi supervisori entrasse nel magazzino mentre stava lavorando per chiedergli il nazipass, nonostante glielo avesse chiesto la stessa mattina. Uno dei suoi colleghi con tre dosi una volta venne al lavoro ammalato perché convinto di non essere contagioso. A causa sua il mio amico si ammalò e risultò positivo. Il suo capo gli telefonò dicendo di non raccontare che si era ammalato al lavoro poiché in tal caso la ditta avrebbe subito un controllo e rischiato di dover lasciare a casa troppi dipendenti. La seconda amica era una libera professionista, per cui poteva lavorare liberamente tranne quando doveva relazionarsi con altre persone che in quel caso doveva fare ogni volta un tampone.

 

3) Gli amici

In seguito al periodo delle restrizioni ho cambiato amici e perso quasi tutti quelli che avevo prima che introducessero il nazipass. La cosa non fu immediata, nei primi mesi continuavamo a frequentarci quasi come se non fosse successo nulla, con la sola differenza che essendo sprovvisto di nazipass non potevo fare alcune cose. Inizialmente quando ci vedevamo non mi criticavano, però capitava che mi domandassero come facessi a vivere senza il nazipass, sostenendo che era impossibile vivere senza. In poche parole cercavano di farmi sentire un asociale che poteva solo chiudersi in casa perché tutte le altre attività mi erano state proibite. Coi mesi la situazione si fece più pesante e con l’arrivo del freddo risultava impossibile rimanere all’aperto troppo a lungo, quindi smettemmo di uscire insieme. Le poche volte che ci vedevamo mi chiedevano sempre come facessi a non avere ancora il nazipass. Un paio di loro criticava pesantemente, anche con insulti, la mia scelta di rinunciare al lavoro pur di oppormi ai tamponi e al siero. Per questi due sembrava quasi un fastidio emotivo il fatto che scegliessi la libertà invece del lavoro. Quando il nazipass non fu più necessario alcune di quelle persone che mi avevano isolato hanno cercato di ricontattarmi. Sembrava che si fossero dimenticati di quanto era successo oppure non lo avessero minimamente notato. Per fortuna in quel periodo conobbi altre persone che erano nella mia stessa situazione e feci amicizia con loro. Anche loro avevano vissuto storie simili alle mie. Una ragazza aveva una compagnia molto stabile con cui si conosceva da molto tempo. Durante le prime chiusure erano rimasti uniti, facevano le feste in casa e trascorrevano molto tempo insieme. A seguito della campagna d’odio verso i no-vax, i suoi amici la hanno improvvisamente abbandonata ed esclusa. Lei provò a risentirli, anche per vedersi in casa di qualcuno, ma con qualche scusa loro rifiutarono sempre. In alcune occasioni fu invitata, ma i suoi amici le chiesero di farsi un tampone perché non avendo fatto il siero non si sentivano al sicuro vicini a lei. Anche per lei, le stesse persone che la avevano abbandonata, hanno cercato di ricontattarla una volta tolto il nazipass. Anche ad un altro mio amico, quando fu invitato a casa di suoi vecchi amici, gli chiesero un tampone perché non aveva fatto il siero.

 

Alessio

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