INTERVISTA AD UN INFERMIERE

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    Dicembre 2021

Intervistatore: Ciao, perché hai deciso di parlare?

Infermiere: Ho deciso di parlare perché ho lavorato durante l’emergenza sanitaria nel 2020 e voglio raccontare la mia testimonianza. Ho fatto l’infermiere per tanti anni in terapia intensiva, nel 2021 ho lasciato il lavoro perché non mi sottoponevo al vaccino. Senza questo, dicevano, non viene garantita la sicurezza, quindi non potevo più lavorare. Non andava a genio ai miei superiori la mia disobbedienza alle norme imposte da ministero e direzione sanitaria.

Intervistatore: Cosa ti ha impressionato di più del periodo covid in ospedale?

Infermiere: Durante il periodo covid ho avuto l’impressione che in ospedale le persone siano state uccise con un certo grado di consapevolezza: le cure erano appositamente sbagliate. Molti lo sapevano ma hanno continuato a seguire i protocolli ministeriali. C’era chi era più fortunato e chi meno: i giovani e i conoscenti dei medici solitamente sopravvivevano. La gente meno fortunata era anziana, era quella a morire con più probabilità. Gli operatori di terapia intensiva erano soliti dire: “Tanto è vecchio e deve morire”. La loro mentalità è sempre stata macabra e fredda e in quel periodo covid ancora di più.

Intervistatore: Come è cambiato il lavoro prima e dopo il covid?

Infermiere: Le ondate ci hanno spaventati, presi alla sprovvista. Ci siamo riorganizzati, autoformati. Eravamo soli, sempre arrabbiati tra noi colleghi per il forte stress. Sempre nervosi, sempre di fretta.. Le mascherine erano fastidiose, non ci permettevano di respirare, non potevamo mai toglierle. Le pause erano pochissime, lavoravamo per molte ore di fila per non fare sprechi di dispositivi di protezione ché mancavano. Sudavamo sotto quei camici, doppi guanti, visiera paraschizzi e occhiali di protezione… non ci riconoscevamo nemmeno tra di noi. Era una guerra vera e propria. Poi le mascherine sono diventate un business, costavano come l’oro, poi le hanno fatte alla moda, poi le hanno messe ai bambini.

Intervistatore: Voi operatori sanitari siete diventati gli eroi, dopo tutto. Chi, se non voi, l’avrebbe fatto? Cosa ne pensi degli elogi che vi hanno fatto?

Infermiere: L’unica soddisfazione era qualche familiare o qualche persona esterna che ci mandava sostegno perché riconosceva l’impegno e la fatica. Del resto, dai dirigenti e coordinatori non abbiamo mai ricevuto neanche un grazie. Eravamo completamente soli. È successo per un periodo che i giornali ci elogiavano come i nuovi eroi. In realtà, erano tutti dei grandi ipocriti. Non abbiamo mai avuto sostegni economici in più, né ferie o permessi perché saltavano tutti. Nella teoria sembravamo chissà chi (e lavoravamo solo noi) e nella pratica ci sfruttavano e ci prendevano in giro. Sembrava volessero elogiarci per uno scopo: rendere gli eroi un esercito di esaltati. E così in reparto qualcuno iniziava a sentirsi il salvatore del mondo. C’era qualcosa che non andava, come se fosse una manipolazione mentale ben studiata pur di stimolare la vanità degli operatori sanitari per incentivarli ad obbedire in cambio di questo strano senso di eroismo egomane.

 

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Intervistatore: Cosa ti ha fatto insospettire spingendoti alla disobbedienza?

Infermiere: Quando lavoravo vedevo tutti i pazienti intubati, che seguivano protocolli farmacologici dettati dai virologi. Riempivano i pazienti di diversi tipi di antiretrovirali. I virologi erano i dittatori, nel senso che erano i capi della situazione nell’ospedale ma anche nei distretti esterni. L’anestesista o il rianimatore, insomma il direttore della terapia intensiva, non decideva più la cura per i pazienti del suo reparto, loro, come tutti noi del personale, dovevamo seguire ciò che diceva il virologo, che spesso lavorava in un altro ospedale quindi neanche mai veniva a vedere i pazienti da vicino, e quindi nemmeno comprendeva la situazione dei pazienti. A ogni paziente si somministrava farmaci sperimentali. La cosa che davvero mi ha impressionato è che la terapia che i pazienti portavano da casa veniva sospesa nell’immediato, anche nel caso dei malati cronici. Quindi capisci che se sospendi dei farmaci a chi li prende da una vita, questo muore delle sue patologie e non di covid! Molti sono morti per questi motivi eppure sono stati registrati come morti di covid. Ho vissuto parecchie situazioni che hanno svegliato in me una visione critica.

Intervistatore: Ci puoi raccontare qualche aneddoto?

Infermiere: I pazienti entravano in terapia intensiva già intubati in altri reparti, quelli da dove provenivano. La terapia intensiva è l’ultima spiaggia, il reparto dove finisce chi è grave e critico. Ma qui avviene ciò che mi ha fatto insospettire di più. Qualcuno veniva subito intubato, mentre qualcun altro no. C’era come una selezione. Addirittura, una persona che conosceva bene un medico dell’ospedale è entrata in terapia intensiva senza essere intubata contro il volere di tutti i medici che invece volevano per questa persona la ventilazione invasiva, perché la situazione appariva grave. Questo paziente ha seguito una terapia diversa dagli altri: non è stato intubato ma ha fatto il casco e le cure farmacologiche si sono rivelate efficaci. Questo paziente, che – ripeto – conosceva uno dei medici, è guarito. Allora ho pensato: esistono le cure! E alcuni medici lo sanno! A questo punto mi chiederai: “Perché non le hanno usate su tutti?” Beh, perché erano complici.

Intervistatore: Come era la situazione in ospedale?

Infermiere: Gli ospedali erano chiusi alle visite dei parenti. Nessuno poteva più vedere cosa succedeva lì dentro. I medici negli ospedali avevano smesso di avere paura dei parenti dei ricoverati, perché si sa, certi parenti sono scomodi e possono denunciare. Loro avevano paura delle denunce quando non c’era il covid. Con la chiusura delle visite queste paure non le avevano più. E si paravano con contratti assicurativi per colpa grave. Ho avuto l’impressione fosse tutto architettato.

 

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Intervistatore: Come mai dici che sapevano tutto?

Infermiere: Un’altra cosa molto importante che me lo ha fatto capire era che a chi moriva non veniva fatta l’autopsia ma c’era subito la cremazione. Era ovvio che non volessero studiare la malattia per trovare una cura. Dopo diverso tempo un team di ricerca straniero, mi pare tedesco, è riuscito a compiere delle autopsie e vedere che la malattia non era la polmonite ma si trattava di altro. Alcune ricerche hanno sottolineato il danno vascolare provocato dal coronavirus. Mi chiedo come mai ancora oggi negli ospedali ma anche nell’assistenza sanitaria territoriale, continuino a somministrare farmaci sbagliati, a intubare, ecc. per prolungare le sofferenze e questa farsa. Oggi vediamo vaccinati con due o tre dosi ammalarsi con sintomi, la maggior parte dei ricoverati è vaccinato. Sospetto che stiano operando una differenziazione mettendo i non vaccinati in terapia intensiva e in altri reparti fuori, dando a loro un trattamento diverso. Anche grazie alla mia esperienza lavorativa durante quel primo anno di emergenza sanitaria ho maturato la sensazione che andare negli ospedali sia diventato pericoloso, soprattutto se non sei vaccinato. E dal punto di vista di terapie e cure, negli ospedali e nei protocolli ufficiali dall’inizio a oggi non è cambiato niente.

Intervistatore: Come morivano i pazienti?

Infermiere: Era davvero molto strano ciò che succedeva. E straziante. Due, tre mesi di intubazione. Poi peggioramenti improvvisi, aggravamento in 2/3 giorni con visibili sanguinamenti da bocca, naso, urine e morte troncante. Nella seconda ondata si cercava di non intubare, poi alla fine venivano intubati tutti, perché peggioravano i valori degli emogas. Ovviamente qualcosa non andava sin dall’inizio, le terapie sbagliate già prima di finire in terapia intensiva.

Intervistatore: Come venivano trattate le salme?

Infermiere: Le salme venivano trattate in modo disumano e vergognoso. Ho visto colleghi spruzzare sostanze liquide, disinfettanti puzzolenti e che recavano forti mal di testa, sulle salme, senza alcun ritegno. Li bagnavano completamente, poi li ricoprivano con un telo e poi di nuovo li bagnavano prima di consegnarli alla camera mortuaria. Facevano tutto questo perché terrorizzati dalla possibilità che i morti trasmettessero il virus, e così hanno perso il rispetto del defunto e di tutti i suoi cari che in quel momento peraltro a causa delle norme non potevano neanche assistere a queste scene. Queste persone da quando erano state intubate non hanno più visto, né sentito la vicinanza, la carezza, di un proprio caro. I soli testimoni eravamo noi operatori. Ho visto i miei colleghi così freddi da non guardare più l’aspetto umano della vita. Erano bardati come degli automi, coperti dalla testa ai piedi. Aveva senso tutto questo? Io dico di no. Non ha mai avuto senso niente di tutto questo. Bisogna ricordare anche che i familiari non potevano neanche fare un ultimo saluto al funerale, perché erano vietate le cerimonie. Nessuno aveva mai capito nulla di come funzionasse il virus, neanche in ospedale, perché tutti erano in balia delle leggi da seguire.

 

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Intervistatore: Come giravano le informazioni all’interno dell’ospedale?

Infermiere: Nessuno poteva dire nulla, per via del segreto professionale, per la paura di denunce o di essere cacciati dai luoghi di lavoro o da ordine e albo. La terapia intensiva è sempre stato un ambiente chiuso. Il reparto più importante e ambìto dell’ospedale, i colleghi degli altri reparti sono invidiosi e i vertici dell’ospedale lo considerano poco. Molto spesso le rianimazioni sono covi di vipere per quanto riguarda la vita lavorativa. Per quanto riguarda la trasmissione di dati non sapevamo nemmeno noi come potessero uscire i numeri dei pazienti, perché finivano in tv e sui giornali. Peraltro mi sembravano poco credibili: i giornalisti venivano a conoscenza di informazioni che non rilasciavamo e diffondevano questi bollettini spaventando la gente a casa, aumentando i numeri a dismisura.

Intervistatore: Come si comportavano i medici in reparto?

Infermiere: La maggior parte dei medici era inconsapevole, eseguiva ordini senza farsi domande. Probabilmente volevano aiutare e speravano di salvare le vite seguendo i protocolli ministeriali e ospedalieri, come molti di noi infermieri compreso me che somministravamo i farmaci. Pensavamo di aiutare. Li spronavano anche, che è una pratica che dovrebbe aiutare chi è intubato. Altri medici sapevano la verità sin dall’inizio e alcune persone le salvavano di proposito o perché erano giovani o perché erano loro conoscenze, come nel caso che ho raccontato prima. Di alcuni medici avevo l’impressione avessero capito ma per qualche motivo a me sconosciuto continuavano a obbedire agli ordini. Alcuni avevano compreso addirittura l’utilità del plasma iperimmune, sperimentato in uno dei più grandi centri del Nord Italia, ma non erano in grado di ammetterlo o utilizzarlo sui loro pazienti, nonostante abbiano visto coi loro occhi miglioramenti eclatanti in stadi molto gravi e in fin di vita, ma non sono mai riusciti a difendere questa terapia, pur di andare contro a chi credeva nelle vere cure come questa.

Intervistatore: Ci puoi raccontare un esempio?

Infermiere: Conosco una persona seguita da un determinato reparto da anni perché malata cronica, deve seguire delle terapie in clinica che la indeboliscono dal punto di vista immunitario. Questa persona è morta di covid e pochi mesi prima era stata vaccinata. Gli immunodepressi non dovrebbero farsi il vaccino. Tutti i medici di quel reparto lo sanno, eppure costringono i loro pazienti a farsi il vaccino nonostante siano per forza di cose a conoscenza di quel caso, che probabilmente non è l’unico. I medici durante il periodo covid mi sono sembrati come i medici nazisti, che per ignoranza, comodità o sete di potere credevano ad assurdità spacciate come verità scientifiche, come le teorie razziali.

 

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Intervistatore: Come venivano curati i malati non covid?

Infermiere: Ti spiego perché gli ospedali sono diventati come lager, dove medici, infermieri e il personale esegue gli ordini. Vita e salute non erano più priorità. Negli ospedali esisteva solo il covid e veniva trattato solo quello. Erano aperti solo i reparti covid, come terapie intensive e isolamenti e qualche sala operatoria, tutto il resto completamente chiuso. Le altre patologie non venivano più né valutate, né controllate, né curate. È ovvio che molta più gente moriva, di altre patologie non trattate, e poi spesso registrate come “morti da covid”. Succedeva anche nel reparto di terapia intensiva. Prima che iniziasse questa farsa, dai “positivi di Codogno, c’era una signora ricoverata, che poi deceduta a causa della sua patologia, eppure è il suo decesso è stato segnalato come covid. I familiari hanno fatto ricorso. Per quanto riguarda le strumentazioni: la TAC era diventata solo ad uso dei pazienti positivi al covid. Nessuno più poteva fare TAC se non era positivo al covid. Poi una volta ho fatto una domanda a una collega perché avevano ricoverato una paziente negativa al covid e l’avevo vista in mezzo a tutti i positivi della terapia intensiva: “Ma cosa ci fa quella persona che non ha covid tra tutti quei pazienti positivi?” La risposta è stata: “Taci e lavora”. A me non stava bene.

Intervistatore: Come funzionava l’accesso in ospedale?

Infermiere: Tutti i pazienti che entravano in ospedale o che cambiavano reparto dovevano fare il tampone. Non potevano essere visitati, né curati senza prima aver fatto il tampone. L’esito del test era la prima domanda che si faceva appena si entrava in ospedale. Ora come prima cosa chiedono se si è vaccinati. Non si entra in sala operatoria senza il vaccino o non si iniziano delle particolari cure se non si è vaccinati. Anche pazienti entrati per altri sintomi o altri problemi, come una caduta da cavallo. Molti risultavano positivi solo per il margine di errore dei test e poi finivano intubati. Ogni reparto, ma anche ogni ospedale, si creava da sé dei regolamenti per l’accesso di pazienti e utenti ai servizi. Ho visto tantissimi pazienti provenienti dalle Rsa che arrivavano in condizioni disperate dopo settimane o mesi di isolamento senza poter vedere parenti e familiari.

Intervistatore: Come veniva trattato il personale dal punto di vista della sicurezza?

Infermiere: La sicurezza degli operatori era solo sbandierata dai direttori sanitari o dal governo sui giornali nelle dichiarazioni. In terapia intensiva ci sono state molte lotte, molti contrasti, perché mancavano DPI, tant’è che anche alcuni medici e infermieri li acquistarono di tasca propria. Perché l’ospedale non ce li forniva e la direzione ospedaliera era assente.

Intervistatore: In cosa consisteva la sicurezza dell’operatore?

Infermiere: Il motivo per cui i malati venivano intubati negli altri reparti e poi portati in terapia intensiva, ad esempio era quello di “preservare la sicurezza degli operatori”. Quindi, dato che il covid viene trasmesso per via aerea, si doveva attaccare il paziente al respiratore con un circuito chiuso che non faceva emettere l’aria che espirava all’esterno. In questo modo gli intubati contagiavano molto meno e si procedeva sempre all’intubazione per prassi. Gli anestesisti avevano una paura enorme di ammalarsi. Ho sentito di medici anestesisti che in casa propria si isolavano dagli altri familiari, provocando seri problemi nell’equilibrio psicologico della famiglia.

 

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Intervistatore: Venivate controllati?

Infermiere: Agli operatori sanitari venivano fatti inizialmente gli esami del sangue, poi i tamponi una volta ogni 15 giorni, poi una volta a settimana, per finire a volerli fare una volta al giorno. Se si chiedeva sulla base di quale legge venivano imposti questi trattamenti sanitari al personale, nessun avvocato, né sindacato, nessun coordinatore, mio superiore o direttore mi ha saputo rispondere. Poi un giorno è mi è arrivata come risposta un lapidario: “è un obbligo morale”. Trovo assurdo che così tanta gente abbia accettato tutto questo.

Intervistatore: Sei mai stato minacciato?

Infermiere: Sì, mi è stato anche detto che sarei stato responsabile di una strage per il solo rifiuto di non fare tamponi o vaccini su di me. O anche per il rifiuto a fare tamponi e vaccini ai pazienti. Mi hanno trattato come un appestato con la paura che, nonostante non avessi alcun sintomo, potessi contagiarli col covid. Eppure ho lavorato in piena emergenza come tutti loro, sempre disponibile a fare del mio meglio, ma quando hanno visto che non mi piegavo alle loro regole illogiche e assurde, mi hanno vessato e hanno preferito allontanarmi. Lo hanno fatto con tutti quelli che dimostravano coscienza, professionalità e un profondo senso dell’etica del lavoro e della deontologia.

Intervistatore: Perché secondo te gli altri infermieri non parlano? e i medici?

Infermiere: Perché ci vuole coraggio. Ogni scelta produce una conseguenza. Se vuoi cambiare il mondo lo fai, qualche modo lo trovi. Anche a costo di trovarti in difficoltà. La guerra non è solo farmacologica, ma anche interna e spirituale. Ora c’è da fare un grande cambiamento e svolta. C’è da fare una scelta. Non si può stare in mezzo. O stai a destra o stai a sinistra. Ad ognuno di noi la vita ci sta chiedendo: “saresti mai in grado di cambiare tu stesso e la tua vita, sacrificando il pane ma salvandoti l’Anima?” In fin dei conti, questa è una guerra e come tutte le guerre un giorno finirà. Ognuno risponde coi fatti, come crede. Ma poi, che non si lamenti che non è cambiato nulla. O chi avrà fatto qualcosa, quando finirà la guerra potrà dire di aver fatto qualcosa e avrà la coscienza pulita. Molti oggi, se la stanno sporcando.

Intervistatore: Cosa si diceva in corsia a proposito del vaccino?

Infermiere: I medici non sapevano spiegare. Non capivano, avevano grossi dubbi e perplessità. Alcuni infermieri dicevano che il vaccino non sarebbe servito a niente. Perché i vaccini per i virus sono inutili. I virus mutano di continuo, è la loro natura e di conseguenza ci vorrebbero vaccini ogni anno per ogni mutazione. Quindi qualcuno sapeva, ragionava, ma lo ha fatto lo stesso per mantenersi il lavoro.

 

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Intervistatore: Cosa pensi del vaccino?

Infermiere: Che ha dimostrato di non essere la soluzione. Rischia di non essere aggiornato sulle varianti, ci sono reazioni avverse gravi ed esiti fatali documentate. Alcuni studi evidenziano tra i contenuti dei sieri prodotti di nanotecnologie ancora poco studiate, queste notizie vengono taciute o ridicolizzate. In pochi hanno scelto di ribellarsi a queste imposizioni sanitarie e combattere. Purtroppo, se la gente ha sempre accettato tutto questo è anche colpa del comportamento ubbidiente e cieco del personale sanitario, siamo in pochi ad essere rimasti impassibili sulla decisione di non sottoporci al vaccino. Se c’è una cosa che ho imparato da questi due anni è che la verità deve uscire dagli operatori sanitari, e da tutte quelle categorie definite “in prima linea”. La gente deve cambiare dentro. Capire che il corpo di una persona è sacro ed è sacra l’Anima al suo interno. Non possiamo essere violati, non possono le scelte che facciamo sui nostri corpi non essere rispettate da chi esercita il potere. Non possiamo accettarlo.

Intervistatore: Ti ringrazio per la tua preziosa testimonianza.

Infermiere: Grazie a te.

 

Anonimo

 

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