La leggenda della Bora

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La bora è il vento più violento e turbolento d’Italia e dell’intero bacino del Mediterraneo. Viste le sue particolari e complesse caratteristiche, è anche uno dei venti più studiati al mondo. Frequentemente soffia con estrema violenza, tra l’autunno, l’inverno e l’inizio della primavera, lungo il Golfo di Trieste, la costa dell’Istria e la Dalmazia, fino al confine con il nord dell’Albania, con furiose raffiche che possono superare i 130 km/h.  Diversi sono i racconti e le leggende che narrano della nascita di questo freddo vento, ma la più famosa racconta di di Eolo, re dei venti, che amava viaggiare per il mondo assieme ai suoi adorati figli: tra questi, la sua preferita era la giovane e capricciosa Bora.

Un giorno, giunsero sul Carso, un verde altipiano che scendeva ripido verso il mare. Bora, la più bella e amata figlia di Eolo, restò incantata dalla bellezza del paesaggio: si allontanò dalla turbolenta brigata dei fratelli per correre nel cielo a scombussolare le nuvole a pecorelle e a giocare fra i rami degli alberi, che si agitavano allegri al suo passaggio. Dopo ore di giochi e stanca di correre di qua e di là,  Bora entrò in una grotta dove, sulla via di ritorno dall’impresa del Vello d’Oro, stava riposando il prode argonauta Tergesteo. Tergesteo era così forte, così bello e così diverso da tutte le creature che Bora aveva visto e conosciuto fino a quel momento, che di colpo se ne innamorò. Amore che Tergesteo ricambiò con uguale passione: i due vissero felici in quella grotta sette splendidi giorni felici.

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Quando Eolo si accorse della fuga di Bora, si mise tempestosamente a cercarla, fino a quando un cirro-nembo brontolone, infastidito da quel gran putiferio che lo stava sbatacchiando su e giù per il cielo, gli svelò il rifugio dei due amanti. Eolo giunse alla grotta e, come vide Bora abbracciata a Tergesteo, la sua rabbia crebbe e diventò un ciclone che si avventò contro l’umano, sollevandolo e scagliandolo contro le pareti della grotta, più e più volte, finchè l’eroe restò immobile al suolo, senza pù vita. Poi, calmato ma non rabbonito, Eolo lasciò la figlia al suo destino. Bora, straziata dal dolore, incominciò ad urlare e a piangere tanto forte che ogni sua lacrima si trasformava in pietra. Nel tentativo di consolarla da tanta disperazione, Madre Natura dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, l’albero dalle splendide foglie che da allora inonda di rosso l’autunno del Carso. Ma Bora piangeva ancora e ancora e le pietre erano ormai talmente tante da ricoprire tutto l’altipiano. Allora Madre Natura, angosciata da tutti quei sassi che andavano a rovinare e sommergere i suoi verdi prati in fiore, concesse a Bora di rimanere per sempre vicina al corpo di Tergesto. Ma Bora non smetteva i suoi lamenti, tanto che persino gli dèi si preoccuparono; per sanare la situazione, Eolo concesse a Bora di rivivere ogni anno quei sette giorni d’amore fra le braccia di Tergesteo e Nettuno ordinò alle Onde di ricoprire con conchiglie, stelle marine e verdi alghe il corpo dell’eroe affinché diventasse un alto colle, il più bello di quest’angolo di mondo. Finalmente Bora si placò ma lasciò per sempre l’eco dei suoi lamenti nel fruscio delle fronde. Dopo molti, molti secoli gli uomini giunti su queste terre si insediarono sul colle di Tergesteo e vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora diventate pietre. Il Castelliere con il tempo diventò borgo – villaggio – città . Una città che, in ricordo di questo leggendario amore, venne chiamata Tergeste, l’antico nome dell’attuale Trieste. Ancora oggi Bora regna sovrana sulla città , soffiandovi impetuosa: viene definita “chiara” se è tra le braccia del suo amore (quindi se il cielo è sereno), oppure “scura” se ancora è nell’attesa di incontrarlo (cielo coperto, con pioggia o neve).

 

ilary

 

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