Cos’è la crisi?

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La crisi finanziaria del 2008: che diamine è successo?

 Io sono sicuro che non ci sia più nessuno ormai che non abbia mai sentito dire “crisi” negli ultimi cinque, sei anni. Come non ci sia più nessuno ormai che, ragionando per mezzi luoghi comuni, abbia addotto come non meglio precisata giustificazione, “c’è la crisi”, “è colpa della crisi”, “ah, la crisi”.

Ma questa crisi qui, cos’è?

Ho dovuto attendere fino al mio primo anno di Economia all’università per riuscire a darle un senso. Sì, mea culpa, avrei potuto e anzi dovuto informarmi prima, perché questa “crisi” in realtà tocca ognuno di noi e anche i più fortunati che sono riusciti a passarla indenni, hanno a che fare con un mondo che in crisi comunque c’è. Che poi, dico, se qualcuno a mio tempo me l’avesse spiegata per sommi capi, l’avrei pure capita questa crisi. Non è una cosa così difficile, almeno: darne un’idea complessiva è piuttosto facile come compito. Ed è ciò che mi sono prefissato: cercare di spiegare nella maniera più lineare e pulita, sintetica e concisa possibile questa crisi.

Prima, però, è necessario che introduca un paio di premesse che renderanno il discorso più chiaro, soprattutto per i non addetti ai lavori.

Prima grande premessa: alla volta del 2008, il mondo veniva da un periodo di relativa calma (in campo economico, si capisce) che aveva permesso a diversi individui, sia persone sia multinazionali, di espandersi, arricchirsi, irrobustirsi e rendere più cospicui i propri profitti. A causa e in conseguenza di ciò, il settore bancario era diventato piuttosto blando: è la cosiddetta “deregolarizzazione” del mercato finanziario. I prestiti venivano concessi piuttosto generosamente e frequentemente, anche a chi non riusciva a offrire garanzie stringenti e convincenti agli istituti di credito; multinazionali e investitori potevano giocare nel mercato finanziario quasi come non vi fossero “regole” da seguire: l’atmosfera che si respirava era alquanto tranquilla e serena.

La seconda e altrettanto importante premessa riguarda il comportamento del mercato e in particolare la formazione delle cosiddette “bolle”. Per spiegare le bolle, mi aiuterò direttamente con un esempio pratico.

Supponete di avere una casa che realmente vale 10 (euro, lire, pere, astronavi, quello che volete, ma 10). Se la volete rivendere, la rivenderete a 10 più un certo margine che sarà il vostro profitto: 1, 2, 150, 1 000. Non importa quanto guadagnerete ma, a patto che la casa rimanga uguale – che non venga migliorata, peggiorata, ristrutturata, distrutta e così via – anche il suo valore rimarrà, pressappoco, uguale.

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Pensate ora invece a questa situazione. Davanti a voi arriva un signore che dice: “Io credo che questa casa domani varrà 100”. Il perché, non importa. Però questo signore è una personalità di spicco nel paese dove si trova la vostra casa cosicché gli credete.

Voi siete interessati a comprare la casa a questo punto, così domani la potrete rivendere a 100 e guadagnare 90. Quindi vi fate avanti come potenziali acquirenti. E così fanno altre cento, mille, diecimila persone. È aumentata la domanda per la vostra casa e di conseguenza ne aumenta anche il valore. Attenzione: non ne aumenta il valore reale, cioè quello che fisicamente e veramente la casa vale – cioè, 10 – ma ne aumenta il valore di mercato, e cioè quello che gli altri reputano che la casa valga.

Pensate che questo valore di mercato continui ad aumentare perché sempre più persone credono che il valore della casa effettivamente aumenterà nel futuro – sì, è un meccanismo diabolico che però si verifica molto più spesso di quanto non crediate: siete di fronte a quella che si chiama bolla. Il valore di mercato della casa è come una bolla, che si gonfia, si gonfia, si gonfia fino a che non esplode. E quando esplode, è un gran disastro.

Perché esplode? Perché a un certo punto arriva la sorella del signore di prima, tanto credibile quanto il fratello, che dice: “Questa casa domani varrà di meno”. Tutti i potenziali acquirenti allora non vogliono più quella casa e il valore di mercato della casa diminuisce e può diminuire talmente tanto da scendere addirittura sotto il valore reale della casa ovvero 10. Il proprietario dell’immobile si ritroverà, quindi, con un bene che ha pagato o che comunque realmente vale 10, ma che il mercato stima a, diciamo, 5. Se e quando venderà la casa, non potrà farlo a più di 5.

Ecco, le premesse sono state fatte. E forse vi ho già anche spiegato come si è verificata la crisi del 2008. Forse però è meglio se rimetto a posto le idee che ho seminato fino ad ora.

Prima del 2008 succede, in pratica, che per una fortuita (ma non fortunata) serie di coincidenze i valori degli immobili salgono. La casa è di solito l’investimento più importante che una famiglia fa nella propria vita. Le persone, dunque, desiderano comprare case su case perché sanno che anche in futuro il loro valore continuerà a crescere, quindi si ritroveranno con un immobile che varrà più del prezzo cui l’hanno comprato.

Una famiglia media di solito non ha liquidità sufficiente per poter comprare una casa. È per questo che si rivolge alla banca chiedendo un mutuo. In cambio, a titolo di garanzia, la banca chiede la casa alla famiglia: se quest’ultima non riuscirà a ripagare il mutuo, la banca si impossesserà della casa.

Questo tipo d’investimento, però, al momento conviene ad ambo le parti: alla famiglia, perché le consente di comprare la casa e nel caso di estinguere il mutuo rivendendola, perché sa che varrà di più; alla banca, perché sul mutuo erogato la famiglia deve pagare gli interessi e perché, nel caso questa non riesca a ripagarlo, si ritroverebbe con un bene il cui valore cresce nel tempo. Come dire, tutti ne escono vincitori.

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Questo meccanismo si ripete infinite volte in un mortale circolo vizioso.

Che poi, se tutto si fosse limitato solo alla banca e alle famiglie, forse, gli effetti di quello che sto per esporre sarebbero stati meno devastanti. Invece no.

Le banche, dando mutui, chiaramente danno soldi. Ma loro odiano stare senza soldi. Quindi cos’hanno pensato di fare? Hanno fatto del mutuo erogato alle famiglie un prodotto finanziario che hanno rivenduto ad altre persone. È come se io andassi alla banca, “comprassi” il mutuo erogato a una famiglia e a quel punto la famiglia pagasse a me gli interessi. Immaginate che questo sia successo per tutti i mutui e tutte le case comprate seguendo queste modalità. E immaginate anche che questi “investitori” a loro volta abbiano rivenduto i mutui o ne abbiano costituito altri pacchetti di investimento finanziario.

Qua casca l’asino. Che succede? Succede che la bolla del mercato immobiliare scoppia. Pum. E tutti i proprietari immobiliari, banche, istituti di credito, investitori, investitori di secondo livello, chiunque insomma, si ritrova col cul… Pardon, con le braghe calate.

Il valore delle case improvvisamente scende. Coloro che hanno comprato i pacchetti d’investimento creati dalle banche si ritrovano con un bene che vale meno, molto meno del valore del mutuo che hanno pagato. E falliscono. Lehman Brothers vi dice niente? Ecco. Al momento del collasso un indicatore di debito di questa compagnia aveva un valore di 37. Un valore “accettabile” non supera il valore di 3.

Di conseguenza, anche le famiglie si sono ritrovate con un bene che non valeva assolutamente il valore del mutuo che avevano contratto, ma che dovevano continuare a pagare. Ecco perché hanno rallentato e tagliato i consumi. Il che ha fatto sì che meno cose venissero comprate, meno cose fabbricate, meno persone impiegate, meno stipendi pagati, e via così in una catena di eventi che ha fatto sì che gli effetti di questa catastrofe economica non rimanessero confinati solo negli Stati Uniti, dove la crisi ha avuto inizio, ma dilagassero anche oltreoceano, cioè in Europa.

Questo è un quadro veramente riassuntivo delle cause che hanno portato alla crisi del 2008 e i cui effetti, ahimè!, continuano a sentirsi pure oggi. Il problema, in questi casi, è che quando non ci sono più soldi non si spende, chiaramente, e far ripartire tutto diventa molto complicato. È come se si avesse a disposizione un’automobile che ha più qualche goccia di carburante e il prossimo distributore fosse troppo lontano (o il carburante troppo costoso) per riuscire a far rifornimento. Possiamo spingere l’automobile e cercare di usare l’energia della batteria, ma finché non riempiamo il serbatoio l’automobile non ripartirà. Il problema è trovare di che riempire il serbatoio. E la soluzione a questo quesito, purtroppo, è ancora in fase di elaborazione.

 

Giacomo

 

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7 Commenti

  1. Ho trovato questo documento davvero molto interessante e soprattutto molto utile. Grazie!

  2. Davvero interessante questo articolo. Mi piacerebbe approfondire di più queste tematiche, grazie!

  3. Articolo interessante e che ti porta a voler aprire gli occhi su un tema che diamo per scontato, di cui ci interessiamo ben poco perchè presi da altro e di cui non ci viene mai detto niente di troppo vero o preciso. Utilissimo, spero di poter leggere e scoprire ancora di più!

  4. Grazie mille per la spiegazione! Ora finalmente la situazione appare molto più chiara!

  5. Davvero spiegato bene! Grazie per le informazioni chiare ed esaustive

  6. Grazie Giacomo! L’articolo mi è stato molto utile, hai trattato il tema in modo molto chiaro, leggero ed interessante 🙂

  7. Grazie per questo articolo, molto interessante e utile 🙂

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