La meditazione e la ricerca scientifica

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Da millenni, inizialmente in oriente, per poi diffondersi anche in occidente, la meditazione è stata la pratica spirituale per chi era alla ricerca di qualcosa sia che fosse il benessere e la forza fisica per gli artisti marziali, come anche la ricerca di risposte per monaci e guru che si isolavano in monasteri sperduti tra le montagne o nelle foreste per avere la tranquillità di ascoltare qualcosa di più profondo, ma anche ad oggi per chi desidera semplicemente rilassarsi e stare bene, cercando la pace interiore.

La meditazione è una pratica che viene svolta da millenni e che oggi spesso viene criticata a causa dell’ignoranza, definendo chi pratica questa tecnica una persona con la testa tra le nuvole, che invece di stare lì a pensare ore e ore ai problemi agendo d’ impulso seguendo il tornado di sentimenti accecanti, decide invece di fermarsi e accedere ad una parte più profonda di sé.

Ciò che ha portato tanto successo alla meditazione nei secoli, sono gli effetti che i praticanti hanno potuto sentire su loro stessi, portandoli a migliorare e ricercare tecniche meditative sempre migliori.

Per quanto nell’immaginario il benessere mentale è distaccato da quello fisico, come se la mente, il cervello, i pensieri fossero parte di un corpo estraneo diverso da quello che guardiamo allo specchio e che quindi non crea effetti su di esso. In realtà tutto quello che ci caratterizza, dall’aspetto fisico, benessere fisico, benessere e stato mentale, sono un tutt’uno e l’uno influenza l’altro.

Se io ho un dolore cronico che mi disturba il sonno e mi impedisce di fare determinati movimenti, per quanto quel dolore sia legato ad una mia parte del corpo, esso influenzerà il mio umore, rendendomi una persona facilmente irritabile, con problemi anche di inferiorità non potendo svolgere quello che tutti gli altri svolgono, per non parlare di casi più gravi di depressione dati anche dalla deprivazione del sonno.

E ugualmente, se io ho un malessere emotivo, il caso tipico del malessere amoroso, magari perché si è lasciata/o con il proprio partner, vediamo che la persona inizia ad avere carenze di appetito, portandolo a un dimagrimento repentino, con conseguente indebolimento di tutta la struttura fisica.

Vediamo come lo stato emotivo e il corpo sono molto connessi, pertanto lavorare in modo positivo su uno di essi crea di conseguenza un apporto positivo anche all’altro.

La meditazione può sembrare che lavori soprattutto e solo su un ambito più mentale, ma in realtà ha un grande effetto anche sul fisico, apportando dei cambiamenti ben evidenti. Diversi studi hanno dimostrato che la pratica della meditazione porta ad una riduzione del comportamento e della risposta fisiologica allo stress e all’ansia (ad esempio, Hölzel et al., 2010; Pace et al., 2009, 2013; Serpa, Taylor, & Tillisch, 2014). Alcune strutture cerebrali sono legati alla risposta di paura in situazioni di pericolo, aumentando lo stato di allerta non solo a livello conscio, ma preparando proprio tutto il corpo ad un eventuale fuga, aumentando pertanto la pressione sanguigna, il livello di zuccheri in circolazione nel sangue ecc… Il problema sorge quando lo stato di stress e di ansia diventa persistente, portando ad una maggiore attività di queste strutture cerebrali, che a loro volta andranno a lavorare sul resto del corpo, creando a lungo andare delle disfunzioni a livello fisiologico più o meno gravi. Quello che si è osservato durante la meditazione è una vera e propria modifica  dell’attività di strutturale di queste zone cerebrali, in particolari dell’Amigdala.

Questo effetto si vede essere legato alla quantità di pratica e durata nel tempo (da quanto la persona pratica e dalla sua qualità) e la cosa sorprendente è che gli studi sono stati fatti in uno stato non meditativo, quindi in uno stato in cui si affrontano le azioni di ogni giorno, dimostrando che gli effetti della meditazione non sono legati solo al momento della pratica, ma si propagano durante la vita quotidiana (Leung et al., 2017).

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Le esperienze stressanti e traumatiche creano oltre a vari disturbi fisiologici anche cambiamenti neuroanatomici, ad esempio influenzano il volume di alcune strutture celebrarli (Bob, 2011; Bremner, 2006; Putnam, 1995 , 1997; Riklan, Cullinan, & Cooper, 1977; Teicher et al., 2003, 2006). Di contro, diversi studi evidenziano che la psicoterapia e la meditazione possono influenzare la fisiologia del cervello, in particolare alcuni tipi di meditazione possono influenzare la capacità rigenerativa del sistema nervoso, portando ad un incremento della materia grigia e/o del volume della materia bianca in varie strutture cerebrali (Hölzel et al., 2008; Lazar et al., 2005; Luders et al., 2009; Vestergaard-Poulsen et al., 2009; Ott et al.,  2011).

Queste profonde variazioni fisiche della struttura cerebrale, possono essere alla base di quei cambiamenti che vengono tradizionalmente legati alla “spiritualità”, quali la scoperta di sé, l’empatia, la comprensione profonda e l’apprezzamento dei valori fondamentali della vita e dell’esistenza (Bob & Laker, 2016). Non solo, la meditazione si è dimostrata essere uno strumento che ha degli effetti positivi contro l’invecchiamento della mente e del cervello (Marciniak et al., 2014; Gard et al., 2014). Si è visto infatti che le persone che meditano, di un’età avanzata, non subiscono una riduzione del volume della materia grigia della stessa misura rispetto alle persone non praticanti della stessa età (Pagnoni & Cekic, 2007; Lazar et al., 2005) come anche una riduzione del deterioramento legato all’età dell’anisotropia di tratti di fibre di materia bianca (Luders et al., 2011).  La meditazione oltre a rallentare l’invecchiamento della mente è in grado di continuare a migliorare la connettività di varie aree cerebrali ( Cotier et al., 2017), migliorando le capacità cognitive di una persona anziana.

Nonostante durante la meditazione sembra che la persona si isoli, in realtà recenti studi dimostrano che questa pratica aumenti efficacemente le emozioni positive, le interazioni interpersonali e la comprensione complessa degli altri (He et al., 2015). Nonostante il sentimento positivo si realizzi soprattutto durante la pratica meditativa, esso si propaga anche nella vita quotidiana, creando i presupposti per un interazione sociale, una scelta di comportamenti in situazioni particolari (cercare di giungere ad una negoziazione durante un disguido più che diventare violenti), ma anche un integrazione sociale (ad esempio il gruppo scuola) migliore e più solida.

Gli effetti sulla mente o sul comportamento di una persona, non sono gli unici che si possono vedere attraverso una costante pratica meditativa. La popolazione odierna a causa di poca attività fisica e alimentazione malsana è spesso soggetta a patologie metaboliche che portano ad ipertensione, obesità, resistenza all’insulina, problemi cardiovascolari e malattia coronarica (CHD) (Hutcherson et al., 2008; Galante et al., 2014). Molti studi hanno osservato come la meditazione ha un effetto di abbassamento della pressione sanguigna, simile all’effetto che provoca un farmaco antidepressivo per il trattamento di prima linea. (Frijda & Mesquita, 1994; Fredrickson et al., 2003). Inoltre su  pazienti affetti da coronaropatia, essa ha portato ad un miglioramento non solo a livello della pressione sanguigna, ma anche sulla resistenza all’insulina e sulla regolazione da parte del sistema nervoso autonomo (Labrador et al, 2006), diminuendo gli effetti della patologia.

In particolare, uno studio ha dimostrato come la meditazione risulta essere un importante strumento di prevenzione anche per patologie molto gravi quali l’insufficienza cardiaca congestizia (CHF), una malattia cronica e debilitante. Essa ha portato ad un vero e proprio miglioramento della qualità della vita collegandosi anche ad una diminuzione dell’uso delle risorse sanitarie (meno ospedalizzazioni rispetto ai controlli) e della mortalità (Jayadevappa et al., 2007).

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Ogni singola fase e parte della meditazione non è inserita a caso, la stessa respirazione più controllata, cosciente e unita ad un intento positivo porta grandi giovamenti alla persona nel lungo termine. Grazie alla continua pratica, la respirazione lenta e continua migliorano l’efficacia dello scambio dei gas durante l’atto di ispirazione ed espirazione, un incremento dell’efficacia della ventilazione e un aumento dell’ossigenazione basale che attraverso la pratica continua diventano parte integrante della persona (Bernardi et al., 2017).

Negli ultimi anni la meditazione è diventata un importante strumento per la cura alternativa di disturbi dell’attenzione sia in adulti che nei più piccoli. La sindrome da deficit di attenzione e iperattività ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) è uno dei più comuni disturbi dello sviluppo nei bambini e può protrarsi anche negli adulti. Esso è caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che nel tempo può compromettere l’andamento scolastico/lavorativo, l’integrazione e l’adattamento socio-emotivo (Barkley et al., 2008).

Molti degli elementi della pratica meditativa vanno a lavorare sugli stessi punti in cui questa patologia è deficitaria, come ad esempio l’attenzione (Keng et al.,, 2011). Durante la meditazione è necessario stare concentrati in un punto specifico, questo sforzo lavora e coinvolge zone celebrali legate all’attenzione quale la corteccia cingolata anteriore (Hölzel et al., 2011), portando ad un aumento della connettività di zone cerebrali legati all’auto-controllo e al controllo cognitivo, in particolare la corteccia cingolata anteriore, posteriore e la corteccia prefrontale dorso-laterale (Brewer et al., et al., 2011).

Attraverso la capacità di osservare le proprie emozioni e ricercare e mantenere uno stato rilassato, positivo, in modo voluto, aiuta ad apprendere come regolarle (Chambers et al., 2009; Gratz & Tull, 2010), riducendo fortemente l’impulsività e l’essere schiavi e sottomessi da esse. Anche la pratica di pochi giorni ha grandi effetti in tal senso, è stato visto che con solo 5 giorni di meditazione si riscontrava nei pazienti un miglioramento dei livelli di ansia, depressione, rabbia e dei livelli di cortisolo legato allo stress rispetto ad un gruppo che eseguiva il semplice trattamento con farmaco attivo (Tang et al., 2007).

La pratica meditativa ha avuto ottimi risultati anche su bambini di 8 anni affetti da ADHD, dove si è riscontrato una diminuzione dell’iperattività, migliorando la loro disciplina e controllo (Carboni et al., 2013). Essa può essere un sostegno anche per i genitori di bambini affetti da ADHD, in quanto li aiuta ad avere un approccio migliori, più controllato e a non subire depressione o altre forme di disfunzione al seguito dello stress nel seguire dei bambini con problematiche non semplici da affrontare (Van der Oord et al., 2012). Non solo, essa migliora proprio l’interazione genitore figli diminuendo l’effetto del disturbo oppositivo con la figura genitoriale che spesso si lega a questa patologia (Lo et al., 2016).

Questi sono solo alcuni degli effetti osservati da ricercatori di tutto il mondo e di cui la letteratura scientifica va a mano a mano arricchendosi, attraverso sempre più nuovi studi.

La meditazione quindi non è solo una semplice moda che negli ultimi anni si sta diffondendo tra le persone, ma è una vera e propria pratica, una palestra per la propria mente, dove poter allenare le proprie capacità di controllo delle emozioni, di attenzione, di concentrazione, andando ad avere in fine dei risvolti positivi sia sul proprio fisico e salute, ma anche nel resto della propria vita.

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Lincea A.

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2 Commenti

  1. Interessantissimo articolo sulla meditazione, le sue origini, i suoi benefici e tanto altro ancora. Assolutamente da leggere!

  2. Concordo pienamente; la meditazione ti da benefici che nemmeno immagini, sia fisicamente che mentalmente. Lo consiglierei a tutti!

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