Tutto è possibile: essere ambiziosi, coraggiosi e risolutivi nel proprio percorso di vita

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Quando ero piccola non si parlava di dislessia, nessuno aveva idea delle difficoltà di un bambino discalculico, dislessico, mancino e apparentemente asociale. Un bambino che non riusciva a leggere correttamente i testi, che confondeva i numeri mescolando i risultati, che voleva usare la sinistra ma che tutti dicevano che era sbagliato: la sinistra era la mano del diavolo. Un bambino così era emarginato, considerato alla stregua di un ritardato, deriso da tutti, un bambino così non avrebbe mai potuto arrivare da nessuna parte. Figuriamoci una bambina.

 

Questa consapevolezza di inferiorità mi segnava la vita. Ero sempre l’ultima, la più piccola, la più brutta, la più stupida. Giocavo da sola e stavo ore su libri che non capivo. I miei genitori mi avevano fatto seguire nello studio da una maestra orribile, che mi schiaffeggiava ogni volta che non capivo. Potete immaginare quanti schiaffi prendevo durante le ripetizioni. Una zitella spaventosa con un nasone adunco e due occhietti piccoli e maligni. Ogni lezione era un calvario ma, intanto non miglioravo affatto. Raggiunsi per merito di non so quale grazia ultraterrena, la quinta liceo scientifico. Ma l’esame di maturità mi terrorizzava. Io non mi sentivo per niente matura, affatto preparata, per nulla meritevole. Così, a fine febbraio dell’ultimo anno, lasciai la scuola per non tornarci più. Accaddero molte cose in tutti gli anni seguenti, tante da scriverci un romanzo. Visto che leggevo a stento, provai un’altra strada: passai all’arte. Disegnavo molto bene ma non solo: cantavo, recitavo, ballavo. In poco tempo mi capitò un’occasione d’oro. Un’artista famoso assunse me ed il complesso rock con cui lavoravo e calcai le scene italiane e francesi per diversi anni. Feci molti tour e conobbi moltissimi personaggi famosi del tempo, lavorai per la RAI, per la TV francese, per Berlusconi appena affacciato sul mercato nazionale. Ma il senso di inferiorità che gli anni della mia infanzia mi avevano appuntato addosso non mi abbandonava. Il giorno che un primo ballerino dell’Opera di Parigi mi disse di partire per la capitale francese per studiare all’accademia di danza in cui lui insegnava, per essere poi avviata alla carriera di ballerina, io riuscii solo a fuggire. No, non ero all’altezza, non sapevo studiare in italiano, figuriamoci in francese!

 

Così tentai ancora una strada diversa. Amavo i cavalli: aprii un maneggio sull’Appennino tosco emiliano. Divenni brava: insegnavo equitazione, avevo parecchi cavalli, vivevo nella natura. Ma per poter qualificare la mia attività sul mercato dovevo diventare istruttore di equitazione. E per diventare istruttore dovevo fare una scuola dura, e passare molti esami. E non ero all’altezza. Avrei fatto una pessima figura e tutti avrebbero riso di me. Per una strana assurdità, riuscii solo a diplomarmi come infermiera. Un lavoro che mi rendeva triste, che mi faceva paura, che mi procurava infinita sofferenza. Lontana dalle scene dello spettacolo, dai costumi, dai colori, dalle allegre compagnie, lontana dai cavalli, dalle lucciole estive, dalle infinite distese boschive e dalle immense piane, mi ero rintanata nelle corsie di un ospedale, a vedere la gente soffrire, piangere, morire. A vivere il male in ogni suo più terribile aspetto. Sempre più piccola e sempre più sola. E sempre meno meritevole. Anche qui accaddero molte cose, alcune belle, altre terribili, che non sto a raccontare. Tra quelle belle, ebbi due figlie. Due splendide bambine che mi diedero un coraggio da leone. Il padre dimostrò quasi subito di essere un uomo malvagio. Era terribile, giusto quel tipo d’uomo che una persona convinta di non essere meritevole come ero convinta io, poteva permettersi di avere. Era un violento, un prevaricatore. Parecchio più grande di me, faceva da padre padrone. Ma le figlie mi diedero un coraggio inaspettato: il coraggio che solo una madre può avere.

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Dopo anni di sofferenza e umiliazione mi parai davanti a quel bruto, cacciai tutta la sua roba fuori della finestra, chiamai i carabinieri e gli intimai di lasciare la casa che peraltro mantenevo io pagando affitto e utenze e occupandomi integralmente delle mie figlie, della loro cura e della loro educazione. Era ora di riprendere in mano la mia vita. Avevo due creature da crescere, non potevo più essere debole, insicura, in balia delle cattiverie del prossimo che si accaniva su una donna vista, a quei tempi, come una poco di buono, incapace perfino di tenersi il marito.

Il prezzo da pagare fu altissimo. E io lo pagai tutto, fino all’ultimo centesimo, senza sconti, senza nessuna comprensione neppure da parte della famiglia, che avevo evidentemente, deluso profondamente. Ma non tutti sanno che una mamma sola può essere una potenza ineguagliabile, una forza della natura, un titano invincibile. E io lo fui.

 

Cominciai un percorso di autostima. Mi iscrissi a tutti i corsi possibili. Lavoravo, mi prendevo interamente cura delle mie creature e studiavo. Studiavo di tutto. Tutto quel che capitava che potesse condurmi a diventare completa, autonoma, che mi infondesse coraggio e fiducia in me stessa. A volte mi capitava di frequentare cinque corsi alla volta. Il giorno durava ben più di 24 ore e la notte non era fatta per dormire ma per imparare a vivere. Ricordo che mi iscrissi ad un corso davvero incredibile, esaltante, alla fine del quale avrei imparato a camminare sui carboni ardenti senza procurarmi nemmeno la più piccola bruciatura e altre cose che la mente umana fatica a concepire come piegare tondini di metallo con il punto più delicato del collo e altre sfide basate sull’energia dell’intento e della convinzione.

 

La notte che mi trovai difronte ad un tappeto di braci infuocate da percorrere sfidando apparentemente le leggi della fisica capii che tutto è possibile. Non esitai un istante, passai sulle braci una volta e poi ancora e ancora. Sentivo sotto ai piedi lo scoppiettare del fuoco, i grani dei tizzoni sembravano chicchi di riso soffiato. Erano amici. Amici della mia evoluzione, amici della mia rivincita. Ho amato il fuoco da quel giorno, il suo ardere in me come portatore di vita, di lotta, di vittoria. Molti si ustionarono quella notte. Non io. Io bruciavo più di quegli ottocento gradi sui quali i miei piedi volavano ringraziando ad ogni passo il dono che il fuoco mi stava facendo. Del resto non sarà stato un caso il fatto che, anni più tardi sposai un Vigile del Fuoco. L’unico in grado di tenermi un po’ a bada.

 

Nel frattempo, dove erano le mie figlie? Con me ovviamente. Le portavo a scuola, le aiutavo nei compiti, le portavo a divertire. La piccola suonava il piano e girava l’Italia per concerti, la accompagnavo e gioivo dei suoi successi. La grande amava gli animali, era volontaria al canile e io le facevo da supporto, la aiutavo a rieducare i cani caratteriali e mordaci. Presto aprimmo un piccolo centro di accoglienza per animali abbandonati e tutte quelle creature ci ripagavano con un affetto ed una riconoscenza immensi.

 

In tutto questo vortice inarrestabile decidemmo di trasferirci in Giappone, animali compresi, ovviamente. Le mie figlie erano legate a due ragazzi giapponesi, così partimmo per esplorare un po’ la zona orientale del mondo. Studiammo il giapponese per poi decidere che sì, era molto bello il Giappone, ma i giapponesi erano insopportabili, molto simpatici ma viverci…eh no, non si poteva. Solo lavoro e lavoro: 70 ore di lavoro settimanali erano davvero troppe per noi! Pregai che le mie figlie non si innamorassero di due australiani o di qualcuno di Bora Bora o di qualche sudafricano di passaggio.

 

Lasciai lo studio del giapponese e iniziai quello dell’ebraico. Mi pareva che, per capire se la Bibbia fosse stata tradotta in maniera corretta fosse impossibile affidarsi ai traduttori ufficiali. Non ero mai stata cattolica e non credevo affatto alla storia della costola di Adamo e a tutte quelle cose terribilmente discriminatorie e violente che avevo studiato per anni sugli antichi testi.

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Così studiai l’ebraico. Lo studiai per tre anni. Il tempo di capire che la traduzione biblica non corrispondeva per niente agli scritti ebraici del Vecchio Testamento.

 

Nel frattempo lavoravo e studiavo tutto ciò che mi capitava a tiro e scoprii ben presto, ad un corso di memoria e lettura veloce, che la dislessia non sempre rappresentava uno svantaggio. Non riuscire a leggere riga dopo riga quando a colpo d’occhio si comprende il significato di un intera pagina non era poi così male. Andavo nelle librerie e, per scegliere i libri che mi interessavano scorrevo le pagine in pochi minuti e dopo aver individuato importanti paragrafi decidevo se acquistare o servirmi dei concetti che mi interessavano, memorizzandoli.

Ma mancava un passaggio importante, io non avevo neppure il diploma di maturità e questa cosa tormentava i miei sonni ormai da anni. Non avevo soldi per pagarmi la scuola così iniziai a dipingere e cominciai a pagarmi le rate per lo studio con i miei quadri. Gli anni integrativi mi costarono quasi 5000 euro, un vero furto, ma vendetti abbastanza per racimolare l’intera cifra. Dato che avevo fatto il liceo scientifico pur essendo un disastro in matematica decisi di cambiare corso e di darmi alla psicopedagogia. Lo studio era diverso dalla semplice lettura. Per leggere potevo far volare gli occhi sulle pagine e cogliere sufficienti parole per comprendere il senso del testo. Ma studiare era differente. Imparare a leggere riga per riga fu un lavoro che mi costò anni di fatica. Dato che avevo un ottima memoria visiva mi aiutai con quadri, foto, film, documentari, cercando di entrare nel periodo, nella persona, nel senso delle cose visualizzando. Le date poi erano un incubo. Per chi leggeva i numeri all’incontrario o dal basso all’alto, mescolandoli tutti, ricordare le date storiche faceva venire gli incubi anche senza prendere sonno. Così studiai uno stratagemma: mi inventai delle filastrocche ridicole legate agli eventi da studiare, delle cantilene come quelle che si insegnano ai bambini per far loro ricordare le tabelline o i mesi. In due anni di acrobazie sui libri arrivai al giorno della maturità. Avevo 52 anni, credo di essere stata sufficientemente matura! Non scorderò mai quei momenti, il sogno di una vita, la mia rivincita, il mio successo, la mia vittoria. Non avevo trascurato nulla. Non avevo mai mancato nessun dovere, ero sempre presente al lavoro, ero sempre accanto alle mie figlie e ora, stavo per diplomarmi. Passai con ottimi voti. Ricordo sempre che, pur detestando lo studio della storia feci un tema storico talmente perfetto che la professoressa non mi interrogò. Mi disse solo: “in cinque facciate di protocollo lei ha riassunto con una dovizia di particolari inconcepibile 100 anni della nostra storia, da lei non voglio sapere altro”.  Quel diploma non era un successo scolastico ma un successo di vita. Il mio riscatto.

Ovviamente non volli fermarmi. Se avevo potuto diplomarmi beh…avrei anche potuto laurearmi! E poi magari specializzarmi!

 

Oggi, dopo tanti anni di lotte e sacrifici sono diventata dottore in storia, laureata con il massimo dei voti. Non ho affatto superato la mia dislessia, ci convivo e continuo ad usare stratagemmi per memorizzare e a faticare il triplo delle persone che leggono normalmente libri fatti per persone senza difficoltà di apprendimento. Oggi la dislessia è riconosciuta, ci sono sostegni ed aiuti e nessun dislessico è più considerato un ritardato. Ma non è tuttora facile per queste persone con abilità differenti perché comunque i testi sono scritti e pensati per persone cosiddette “normali”, così come tutte le porte e le finestre sono fatte per essere aperte dai destri e non dai mancini.

Alla fine continuai gli studi, un esame dopo l’altro arrivai dove sono adesso: alle porte della mia laurea magistrale in scienze storiche ad indirizzo antropologico. Un titolone accademico, un grande bagaglio culturale, umano, una vittoria di una bimba timida ed introversa, troppo minuscola, troppo spaventata, troppo insicura per credere da subito che il mondo fosse anche suo.

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Tuttavia il traguardo di una vita è ancora lontano. Non sono i titoli che fanno di una vita un successo. L’esistenza è diventata difficile. Ci sono dolori insopportabili, sfide apparentemente impossibili da vincere. Ad una certa età le delusioni, le difficoltà affrontate diventano un bagaglio faticoso da portare sulle spalle. Spesso il pensiero che sia stato tutto inutile, che non si sia riusciti a trasmettere dei valori importanti ai propri figli perché questo mondo è stato più forte di noi, rende la vita una sofferenza. Un senso di fallimento può impossessarsi di noi e farci sentire inutili e falliti.

Ed è in quel momento che la grande rivelazione deve illuminare il nostro cammino.

In questo senso e dopo anni di approfondimenti, dopo aver sondato tutti i sentieri spirituali, ho trovato ciò di cui avevo davvero bisogno, l’Accademia di Coscienza Dimensionale (ACD) è stata la via maestra per lasciare alle spalle il dolore e la delusione, per pensare che tutte le mie fatiche non sono state inutili, perché se non le avessi fatte ad ACD non ci sarei neppure arrivata. Ma che cosa ha ACD in più di altri sentieri? Per lo meno: che cosa ci ho trovato io per sceglierla? Bene, ACD è costanza e perseveranza ma ACD è soprattutto pratica e risultati visibili di tale pratica! Ho meditato per anni, non ho mai ottenuto nemmeno un decimo di ciò che sto ottenendo adesso. Sapevo che doveva esserci il modo per far sì che tutte le capacità che fin da piccola sentivo di avere avrebbero potuto essere sviluppate. Avevo imparato quel che basta della fisica quantistica per sapere che i miracoli sono fenomeni spiegabili diversamente, che l’energia è viva e si può dirigere, che il pensiero è azione. Ma non avevo le idee chiare su nulla di tutto ciò e soprattutto, non sapevo come far crescere le mie potenzialità, evolvere spiritualmente in maniera concreta e rendere tutto questo una realtà e non solo un bel pensiero assolutamente immaginario.

Vedere così tanti giovani tra le file dell’Accademia mi dà una nuova speranza. E mi fa dire a voi ragazzi di lottare, perseverare senza indugio. Perché la vita materiale non arriva se non ad un certo limite. Ma la cultura, la capacità di mettersi alla prova e superarla, la capacità di avere padronanza dei mezzi anche materiali che la vita ci mette a disposizione, come l’avere conoscenza in modo da superare le obiezioni e diffondere un messaggio credibile, bene, queste sono tutte cose da conquistare.  E la conquista non è opera di due giorni, non si concede superficialmente ma si mostra solo ai più determinati. A tutti coloro che credono veramente che “Tutto è Possibile!”.

 

Ringrazio Angel (la fondatrice di A.C.D.) della sua dedizione, del suo coraggio, della cura che ha per noi e della forza che ci infonde.

 

Yousei

 

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2 Commenti

  1. Wow davvero bello e ricco di esperienze di vita, hai viaggiato un sacco e fatto davvero tante cose, ti sei ripresa la rivincita, brava!

  2. Bellissimo Yousei! Mi hai lasciata senza parole, ti ringrazio e ti mando un forte abbraccio

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