Mi lascio andare alla Musica da autodidatta

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Suono il piano. Non ho mai studiato musica se non quelle insufficienti e poco stimolanti ore che facevamo a scuola. Non ho mai frequentato corsi o preso lezioni private. Ho imparato a suonare il piano completamente da solo. Ovviamente non pretendo nemmeno di essere chiamato pianista, perché non so se posso essere accostato a chi sul piano ci ha versato lacrime e sangue pur di imparare a suonarlo impeccabilmente, non dico di non aver versato anch’io le mie lacrime su un piano, dico che se mi mettete uno spartito davanti agli occhi vi suonerò qualcosa dopo qualche giorno di studio dello stesso.

Questo non mi ha mai impedito di mettermi davanti ai lucenti tasti bianchi e neri, e premerli.

Quando suono mi lascio completamente andare.

Mi siedo, guardo i tasti, lascio che le mani si muovano da sole dove è meglio, guidato da ciò che le emozioni mi sussurrano all’orecchio in quel momento. È un agire per risonanza: se i tasti che sto premendo amplificano quello che sento, il lavoro che sto facendo è soddisfacente.

Con questo metodo di lavoro ho composto una decina di brani in totale solo per il piano, un paio in cui c’è anche il testo e una mezza dozzina di brani orchestrali.

Non so dunque se potrei chiamarmi pianista o tastierista, ma potrei chiamarmi compositore. Sicuramente sono un musicista.

A volte sto ore intere a premere i tasti. Soppeso le note, gli accordi, la velocità e la forza dell’esecuzione. Possiedo un piano/sintetizzatore digitale, quindi ho il vantaggio che, una volta inserite le cuffie nel circuito audio che ho in camera, siamo solo io e lui, e posso permettermi di sbagliare, sperimentare, incanalare ciò che il cuore mi detta verso lo strumento, senza paura di disturbare qualcuno a qualsiasi ora.

Ho iniziato quando avevo circa 8 anni: certo, quello non era un suonare, avevo una pianola da 3 ottave e strimpellavo, rompendo qualche timpano magari. Ma già allora, quell’attività mi faceva sentire… bene. Non avevo la consapevolezza che quello strumento sarebbe diventato un giorno una specie di ancora per me nei momenti bui della mia vita. La svolta arrivò molti anni dopo, quando mi si parò davanti la possibilità di formare una band, a 16 anni.

Mio padre mi regalò allora una tastiera molto più performante. Quanto suonava bene. Iniziai quindi a prendere confidenza con l’anima del piano, ma fu un momento di svolta perché mi resi conto per la prima volta che non avevo idea di come si suonava.

Pasticciai un sacco con quella tastiera dai tasti semi pesati, ci iniziai a prendere confidenza in maniera grezza, grossolana. Poi col tempo, e molta costanza imparai a usare bene e in maniera semi coordinata entrambe le mani.

La prima vera occasione di capire quanto lontano potevo andare arrivò quando mi innamorai di quella che fu la mia prima ragazza a 17 anni. Così, per fare colpo, imparai quella che credevo erroneamente essere la colonna sonora del suo film preferito all’epoca: Twilight. La canzone in questione era la famosissima River Flows in You di Yiruma.

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Emersero tutte le mie difficoltà tecniche. Ma la motivazione era più forte della voglia di arrendersi e quindi riuscii a imparare a memoria l’intera canzone, eseguita in un modo che a posteriori potrei definire imbarazzante, ma per l’epoca era la cima della mia montagna più alta.

Da lì in avanti cominciai a imparare altre canzoni per migliorarmi: avevo trovato un buon metodo per accrescere la mia bravura: suonare le composizioni altrui. Ludovico Einaudi in tal senso è stato per me una specie di inconsapevole Maestro.

Migliorai davvero molto e in breve tempo. Consiglio a chiunque si approcci per la prima volta a uno strumento di iniziare subito a tentare di avvicinarsi alle opere altrui: non importa la loro difficoltà, provate a eseguirle ugualmente, mal che vada sarete migliorati comunque nel tentativo e opere più semplici vi risulteranno immediatamente suonabili.

A 19 anni ho deciso di provare a dedicare a quella ragazza una canzone completamente composta da me: non avevo mai fatto nulla di simile. Certo, già allora ogni tanto mi lasciavo andare a improvvisazioni, ma il comporre è tutt’altra cosa. Venne fuori allora “Vita”, la mia prima composizione piano solo. L’ispirazione che mi guidò non fu pareggiata per molto tempo, anche se composi rapidamente un altro paio di suonate. Contemporaneamente, acquisii anche abilità con uno strumento che ad oggi ritengo essenziale in quello che faccio: il sequencer, ovvero un software di montaggio ed esecuzione audio. E nello stesso periodo finii a suonare in una band Symphonic Metal con cui ad oggi ci apprestiamo a pubblicare il nostro primo album in studio.

Questo evento capitò in mezzo al periodo più buio. Mi lasciai con quella ragazza in malo modo, e da lì in poi usai la composizione come mezzo per buttare fuori le emozioni prima che mi distruggessero: il piano, la musica, mi ha salvato letteralmente la vita quando non potevo comunicare a parole a nessuno quello che avevo dentro, anche se nessuno mi sentiva suonare. Mi permetteva di buttare fuori il buio che sentivo dentro, accendendo una luce nei momenti in cui sentivo fisicamente il fuoco delle emozioni negative avvolgermi in un abbraccio soffocante e letale. E da perfetto alchimista, prendevo quel fuoco e lo usavo per trasformare il metallo che mi si parava davanti, finché non l’avevo trasformato tutto o quasi in oro.

Alcune composizioni molto ispirate vennero fuori in quegli anni. Lasciavo che i tasti parlassero per me, lasciavo che il discorso che facevano fluisse: ero l’ascoltatore di me stesso, ma era molto diverso ascoltare le note che riempivano la mia testa e bloccavano totalmente i miei pensieri, che non ascoltare il ronzio continuo dovuto a loro. Con le cuffie addosso, spegnevo la testa. Tornavo a casa da lavoro e tutto ciò che desideravo era spegnere. Spegnendo i pensieri, accendevo qualcos’altro. Lo facevo inconsapevolmente, ma le mie mani e il mio cuore sapevano esattamente cosa stavano facendo. La composizione è un abbandonarsi a se stessi: un ascoltarsi, un replicare in un linguaggio che tutti possano comprendere le emozioni. È una traduzione! E per una persona come me, che fatica moltissimo a gestire le proprie emozioni, è stata una sorta di autoterapia quando non conoscevo metodi efficaci per rilassarsi e tecniche meditative che ho imparato e anzi, consideravo da cretini studiare determinati argomenti. Se non ci si lascia andare non si sta componendo a mio avviso, si sta parlando, si sta dando voce a qualcosa di meccanico. Che sia al piano, o con il sequencer per una composizione orchestrale, è essenziale abbandonarsi alle note: saranno loro a mettersi al posto giusto nel momento giusto se tutto va bene.

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Non conosco il mio livello di bravura, e forse non mi è mai interessato misurarlo, gli altri mi dicono che ho talento, ma a me in fondo non interessa avere questo tipo di riconoscimento: se non trasmetto emozioni, ho fallito. Ho ascoltato un sacco di compositori e pianisti negli anni: spesso c’erano arpeggi e arzigogoli complicatissimi che non mi lasciavano nulla dentro, certo questo è il mio modesto parere, ma non ho mai desiderato essere come loro, mentre ad esempio Einaudi con poche semplici note evoca moltissimo in me. Perché ci mette il cuore, non ha interesse a mettere in mostra la propria mostruosa tecnica.

Certo, è ovvio che nella composizione bisogna seguire alcune regole fondamentali: la struttura della canzone deve essere ben definita, ad esempio può essere: introduzione, strofa, ritornello, strofa 2, variazione e ritornello finale. La scala adottata deve essere quella per tutta la canzone, a meno che non si voglia effettuare una trasposizione. Il tempo di esecuzione deve avere un andamento adattabile alla struttura, una scala maggiore si usa per composizioni di tono probabilmente allegro, una minore per aggiungere dell’amarezza all’esecuzione. Ci sono molti fattori tecnici da considerare, ma vi assicuro che sono cose che vengono fuori quasi da sole se ci si lascia andare.

Però il fulcro, quando si compone, ruota sempre attorno a un’unica cosa: le emozioni. Una melodia deve quasi istantaneamente farti cambiare umore appena comincia, o trasportarti in un racconto, altrimenti si tratta solo di sterili vibrazioni. Ho sperimentato per anni con quelle vibrazioni, e studiando e ricercando anche su internet ho scoperto anche che variando l’intonazione del LA della tastiera si può variare il colore e la pienezza dell’esecuzione. Un LA normale vibra a 440 cicli al secondo. Un LA a 432 cicli al secondo, quindi di tono più basso, fa trasporre tutta la scala a qualcosa di più caldo. Per me è come se all’improvviso si sposti l’ascolto dalle orecchie alla pancia, è una cosa strana. Molti nemmeno avvertono la differenza visto che a livello di tono è davvero piccola, ma se fossi in voi mi ascolterei qualche paragone tra canzoni suonate con il LA a 440 Hz e il LA a 432, e cercherei di percepire cosa questa variazione di colore provochi a livello emozionale.

Ad oggi, sto cercando di raccogliere le bozze delle composizioni che ho pubblicato su facebook in questi anni e le sto revisionando e correggendo, a volte stravolgendole perché non sento più l’emozione associata al momento in cui avevo composto quella melodia: se sono cambiato io, è ovvio che cambi la mia musica. L’idea è raccogliere tutto in un album prima o poi, più che per farmi conoscere lo farei per soddisfazione personale, ma per il momento la band e l’album che stiamo costruendo ha decisamente la priorità.

Questo è ciò che la musica, la composizione, il piano, significano per me.

 

Giacomo

 

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3 Commenti

  1. Giacomo che bello quello che hai scritto!!!! Mi hai letteralmente trasportato in questo mondo a me sconosciuto facendomelo vedere coi tuoi occhi! Bravissimo! Continua così!

  2. Hai trasmesso tutta la tua passione e hai fatto emozionare anche con questo articolo! Bravissimo!

  3. Bravissimo Giacomo ^_^ e in bocca al lupo per l’album che uscirà con la band 🙂

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