Storie vissute da un’infermiera

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Non sono più una ragazza, sono una donna di una certa età, con figli, famiglia, mutuo, genitori anziani da accudire. Ho sempre amato studiare e ho diverse lauree, molte specializzazioni, corsi professionali e quant’altro. Molti di voi mi darebbero della “secchiona”, anche se non antipatica, spero!

Ma il lavoro che scelsi moltissimi anni fa mi portò a confrontarmi con tutto l’umano dolore e l’umana sofferenza. Feci l’infermiera. Volevo aiutare le persone, nella malattia, nella morte. Ero troppo giovane per reggere ad un peso simile. Veder morire persone, giovani, bambini. Troppa sofferenza. Ma non ci fu modo di cambiare, ci credetti per molto tempo, fino a quando capii che la sanità pubblica aveva qualcosa che non andava. La cura delle malattie, il cancro, avevano qualcosa che non andava. Niente stava migliorando. Le malattie peggioravano, la sanità era un business, le medicine una trappola che prometteva guarigioni e non manteneva le promesse. Trascorse molto tempo, approfondii gli studi sanitari, antropologici, storici, religiosi e compresi sempre di più che nessuno ci stava curando. Certo, a livello di persone, moltissime erano sincere. Come me. Ma non bastava. Notai via via una recrudescenza delle malattie incurabili, una aumentata velocità delle morti in persone curate con farmaci all’avanguardia. Mi trovai infine in uno strano mondo, una specie di mondo di zombie, di personaggi che non si capiva più che funzioni avessero realmente. Poi finii all’ufficio vaccinazioni, dove tutt’ora sono. E di certo le cose non migliorarono. Ma voglio raccontarvi brevemente quali erano le mie speranze, le mie emozioni, e quali sono ora le mie speranze e le mie emozioni e quanto e perché, sono cambiate.

Dividerò il mio racconto in brevi capitoli, dedicati ognuno ad una mia esperienza sul lavoro, e li dedicherò a tutti quei morti senza più nome che sono stati “estranei” per me, ma così importanti e meravigliosi da voler offrire loro un omaggio alla memori, poiché la loro esistenza mi ha aiutato a costruire la mia anima e la mia vita.

Ragazzi senza futuro

Quando iniziai la professione ero poco più che una ragazzina. A quel tempo venivano eseguiti i primi esperimenti di trapianto di midollo per vincere la leucemia. Assistetti, in verità, al primo trapianto in assoluto sul territorio nazionale. In quel reparto i ricoverati avevano tutti più o meno la mia età, qualcuno più grande. E per tutti, quei momenti erano l’unica speranza. Quando avvenne il primo trapianto, il ragazzo fu sistemato in un area bunker. La sterilità doveva essere al massimo. Le difese immunitarie abbassate al massimo livello per evitare il rigetto non avrebbero difeso il giovane nemmeno da uno starnuto. Si attese con ansia quel momento. I ragazzi seguirono animatamente la vicenda della prima “cavia”. Quando, dopo pochi giorni, il giovane morì, eravamo tutti distrutti. Morto di setticemia, nonostante tutte le precauzioni. Nemmeno uno di loro volle rinunciare alla speranza: “se si deve morire” dicevano “moriremo provandoci”. Ma quelle notti in cui tutti ci riunivamo per decidere insieme chi fosse il prossimo furono agghiaccianti. Giovanissima, assistetti impotente al sacrificio di decine di ragazzi. Ricorderò sempre come discutevano con garbo su chi si sarebbe offerto, come si sostenevano, come riuscivano a ridere della loro prossima morte, ad essere così composti, ragionevoli, per nulla rassegnati. Dopo poco tempo in quel reparto credetti di impazzire e feci in modo di farmi spostare. Diciassette anni erano troppo pochi per assistere ad un simile massacro. Non lo dimenticai mai più. Non potei dimenticare quel manipolo di coraggiosi che ha dato modo, oggi, di salvare così tante persone ammalate di leucemia.

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Uomini senza cuore

Ma di certo, in un grande ospedale, dove si va si va, non si assiste certo a scene allegre e piacevoli. La mia soddisfazione era veder guarire le persone e davo il mio instancabile contributo per far sì che le anime potessero reggersi forte a me. Ne ho visto guarire molti, ne ho visto morire troppi. Le famiglie si aggrappavano a chi di noi era disponibile. Spesso si diventava “amici”, sempre si diventava confidenti. Tante volte si decideva di dare di più di quello che si poteva e poi si crollava miseramente. Non conoscevo la meditazione, ma volevo trovare Dio. In Unità Coronarica, quando si entra non si sa se si uscirà. Il cuore è un muscolo dotato di vita propria. Può decidere di risorgere dalle sue ceneri o di abbandonare il campo. E senza cuore si sa, non si vive. Senza una gamba si, senza cuore no. Come unisce questa consapevolezza! Come un paziente entrava in reparto era uno di noi. Noi che brancolavamo nel buio cercando di dare la luce! Ogni giro di controllo dei pazienti si cercava di svegliarli, per assicurarsi che fossero ancora in vita. Molti non lo erano più. Se ne andavano nel silenzio di quell’attimo in cui il loro cuore, semplicemente, si fermava. Senza dolore a volte, con terrore altre volte. E io mi chiedevo dove fosse Dio, ed ero certa che comunque, fosse lì vicino.

Andai via anche da lì, in ospedale si gira sempre, non esiste un posto fisso per chi è all’inizio della professione.

Patch Adams

Ma non esiste solo il male, anche il bene fa la sua parte. E la fece chiamandosi Patch Adams. Nel reparto dei bambini senza speranza giunse un giorno un clown. Un omone magro e alto come un armadio che ci disse che, seppur con il cervello devastato dalle combinazioni genetiche e dai farmaci anticonvulsivanti, i ragazzi ciechi, sordi, deformi, in stato vegetativo fin dalla nascita, potevano avere momenti di sana felicità. Non gli credetti molto. Conoscevo quei ragazzi. Erano come quadri astratti appesi a una parete. Pezzi di tela malamente colorata dimenticati in un vecchio museo ormai in disuso. Passammo il pomeriggio osservandolo, aiutandolo, partecipando ai suoi giochi. Ci raccontò le sue esperienze, il film fatto su di lui che era praticamente una fantasticheria poco somigliante alla sua vera storia e poi si mise all’opera con i bambini. Venne con un presentatore TV, che credeva molto in lui e non ci mettemmo molto a credere in lui anche noi. Con immensa sorpresa vedemmo volti che mai avevano sorriso illuminarsi di luce e di gioia, gambette semiparalizzate sgambettare nell’aria come cavallette. Tra bacetti, solletico, lanci in aria e coccole di ogni genere, mi capitò di pensare che stavo vedendo un miracolo. Che ci sono umani che hanno nelle loro mani un’energia positiva così potente da far resuscitare anche coloro che somigliavano più a morti che a viventi. Ero ancora troppo giovane, avevo avuto una figlia frutto di una relazione forzata, ed ero rimasta da sola con lei. Ma il mondo cominciava ad apparirmi anche un po’ colorato, e quei quadri astratti appesi alla parete di quel polveroso museo avevano preso vita e mi avevano raccontato la loro storia.

Francesca

Un giorno fui spostata appunto, in quest’altro reparto. In quel luogo, come ho accennato, erano ricoverati tutti i figli di gravi errori genetici, era l’anticamera di una morte certa e molti di essi non avevano neppure l’apparenza umana. Non posso raccontarvi di ognuno di loro e quanto quel luogo risvegliò in me pena mista ad orrore, amore misto a rabbia. Ne ricorderò una per tutte. Un giorno vennero due genitori, ed abbandonarono in quell’antro infernale una piccolina di 7 mesi. Non mi sentirei di condannarli. Per tutti forse la piccola Francesca era un mostro. Era nata senza testa. Aveva solo il viso e dietro ad esso un grumo, grande come un piccolo mandarino, che era tutto ciò che restava del suo cervello. Quel tanto sufficiente a tenerla in vita. Ogni giorno mi prendevo cura di lei e medicavo quell’escrescenza, la disinfettavo la fasciavo. E intanto guardavo la piccola, la sua pelle morbida, sentivo il suo profumo di latte e biscotto, col tempo me ne innamorai

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La trovavo dolce e bellissima e non credevo a una parola quando mi dicevano che non poteva sentire nulla perché non aveva orecchie, non poteva avere nessuna emozione perché non aveva il cervello. Ho amato quell’esserino, tanto da sentire che lei mi sentiva. Certo non vedeva nulla visto che gli occhi finivano lì, dietro alle ossa del viso, ma lei mi sorrideva quando la baciavo, quando la coccolavo come un tenero bocciolo del mio giardino. Eravamo talmente in simbiosi che capii subito quando sarebbe morta. Quel giorno mi precipitai in reparto. Dissi a tutti che stava male, la portai a fare una visita in un reparto specialistico di un grande ospedale. Ma naturalmente non trovarono nulla di cambiato. Eppure io sapevo che da lì a poco lei sarebbe volata via. Certo non era un male, povera piccola. Finii il turno e, a malincuore andai a casa. La mattina dopo non la trovai più. Ma io vi assicuro che l’ho tanto amata e che, in qualche modo, lei lo sapeva. E, visto che sto piangendo mentre scrivo, ancora oggi la amo anche se sembra impossibile che qualcuno la ricordi con tanto sentimento e tanto affetto. Alla fine era solo un errore genetico…ma non per me! Per me lei era un piccolo angelo profumato di latte e biscotti che mi aveva concesso di amarlo per un fuggevole momento…il mio modo di ripagarla è farla vivere oggi nei vostri cuori accoglienti e fare in modo che anche voi possiate godere un attimo del suo dolce sorriso.

Luca: una storia a lieto fine

Luca era uno spettacolo. Un anno e mezzo di capelli biondo sole, occhi azzurro mare, paffuto e roseo come un porcellino. Luca arrivò nel nostro reparto un giorno, portato dalla madre. E lì fu abbandonato poco tempo dopo. Era talmente dolce e buono che noi a turno, ce lo portavamo a casa, affezionandoci a lui e coccolando in tutti i modi che il Signore aveva creato perché gli umani potessero dimostrare amore. I servizi sociali per Luca mossero mari e monti e, infine, fecero il miracolo. Luca era affetto da una rara patologia di origine genetica, l’epidermolisi bollosa. Questa malattia appartiene a un gruppo di malattie genetiche in cui la cute e i tessuti di rivestimento delle mucose vanno incontro, spontaneamente o in seguito a traumi minimi, a scollamento e formazione di bolle. La gravità è molto variabile: esistono forme lievi che consentono una vita quasi normale e forme gravissime, che possono essere letali. Luca era affetto da una forma piuttosto grave. Era sufficiente sfiorargli la pelle perché si formassero bolle, piene di siero e sangue che poi scoppiavano lasciando la carne esposta. Non poteva portare scarpette, aveva difficoltà con i vestiti, con i pannolini, nel mangiare, nello stare seduto, in piedi, sdraiato. Doveva essere continuamente medicato affinché le piaghe non si infettassero ma non si potevano mettere garze né cerotti. Non poteva avere vita sociale, andare all’asilo, al parco, al mare. Doveva avere solo un certo tipo di giocattoli, morbidi e senza spigoli. Un bel giorno però arrivarono un papà ed una mamma, nuovi di zecca. Ed in men che non si dica si portarono via Luca, in grande riserbo e con tutte le sue bollicine e i suoi fantastici sorrisi. Luca tornò da noi con mamma e papà l’anno dopo. Ce lo portarono a vedere. Quanto era cambiato! Vestito da ometto, con le sue scarpine anatomiche, e con storie di amici da raccontare. Non ci riconobbe ma non importò proprio a nessuno di noi. Luca era lì, con le sue bollicine incredibilmente migliorate e con la sua vita normale e serena, accudito ed amato da genitori meravigliosi! Ed anche quel giorno fui certa della bontà umana e dell’esistenza di Dio.

Tante storie da raccontare

Avrei così tante storie da raccontare specie di quando ancora credevo che la salute della gente fosse una missione d’amore, e che la sanità fosse un pianeta di rifugio, di persone disponibili, capaci, senza interessi. Soprattutto economici. Potrei raccontare storie tristi e meravigliose, farvi vedere volti, ascoltare sentimenti, speranze, preoccupazioni di migliaia di persone che ho contribuito a curare. Ma questo è un articolo, non un libro. Ed allora voglio riportarvi al presente. Ed al momento in cui, come dicevo all’inizio, mi accorsi che mi sbagliavo.

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Gli ultimi anni

Mi accorsi presto che qualcosa non andava come doveva andare. Anche prima di iniziare un’accademia spirituale io ero molto legata alla spiritualità, meditavo come sapevo, pregavo, avevo percezioni, cercavo di guardare la realtà oltre la finzione. Il Matrix, gli ingranaggi del Sistema mi apparivano sempre più chiare. Vedevo alternative che la medicina ufficiale soffocava nella calunnia, tonnellate di medicine vendute, multinazionali arricchite, malattie inventate. Vaccinazioni di massa, strategie del terrore. Notizie false dei media. Certo, prima di A.C.D. mi davo da fare come potevo, e mi sentivo sola e sperduta in un mondo illusorio e tremendo. Vedevo strani esseri che sembravano alieni e me ne stavo zitta. E a chi lo dicevo? Vedevo curare il cancro con terapie costosissime e la gente moriva. Poi le terapie nuove mi portarono a fare una specie di indagine. Come era possibile che prima il cancro cominciasse ad avere meno segreti e ora si erano formati nuovi tipi di tumore che curati con le nuove terapie ti uccidevano in due mesi? Ho visto nel passato gente malata di cancro guarire col tempo e l’impegno. E ora “nuova terapia” e in due mesi sei morto. Ho visto le scie chimiche e la gente che non le vede, che non le vuole vedere. Ho visto il loro effetto sulla pelle degli anziani. Sulla vegetazione. Ho visto gli allevamenti intensivi torturare milioni di animali facendoli crescere in poche settimane quando ci sarebbero voluti mesi e anche picchiati e massacrati da chi lavora in quei lager. Ho visto gli antibiotici non funzionare più. Ho sentito rappresentanti di multinazionali dire che non ci sono nuovi antibiotici da scoprire perché hanno perso tutti l’efficacia e, quindi, tanto valeva cambiare solo il nome ai prodotti. Ho visto la falsità della vivisezione. Ora so che sto lavorando in una fabbrica di sterminio. Posso dire che ci sono ancora persone di cuore tra gli operatori, ma non è sufficiente. Ormai anche loro stanno soccombendo alla fatica, al disprezzo che l’azienda ha per i suoi sottoposti e che si manifesta trattandoli come bestie da soma e capri espiatori. Ma soprattutto, ho visto la gente diventare sempre più fragile, rabbiosa, incosciente. Ho visto la gente morire dentro ad una velocità stratosferica. Ogni giorno centinaia di persone vengono in pellegrinaggio, ormai vuoti dentro, vuoti come burattini, come morti viventi. Perfino la sofferenza si sta trasformando in rabbia e rancore. Non vedo più la differenza tra film e realtà.

I vaccini: l’ultima esperienza e l’ultima spiaggia

Non so per quale strano e assurdo disegno sono finita in uno dei posti in cui io avrei fatto proprio a meno di andare. I vaccini sono un business di proporzioni incalcolabile. Ogni santo giorno contribuisco ad “avvelenare” legalmente innumerevoli bambini e persone di ogni età. Non mi ci sta più. In qualche modo devo sottrarmi a questo atto che io considero totalmente contrario alla mia integrità morale. Se ricordate, solo qualche tempo fa uscì la notizia dei possibili danni da vaccino. Si parlò di autismo, di complicanze neurologiche. Il crollo delle vendite di vaccini fu enorme e il danno economico delle case produttrici, incalcolabile. Dovevano risolvere questa questione e al più presto. Quale sistema più adatto dei vaccini, infatti, per inoculare tutte le schifezze possibili insieme ai virus morti o storditi? La suina, l’aviaria avevano ormai perduto credibilità. L’antinfluenzale non preserva dall’influenza neppure il virus stesso che la causa. Ebbero una fantastica idea: la meningite. Cosa spaventa più un genitore di una meningite? L’idea della meningite, fa rabbrividire qualunque madre, impallidire qualunque padre. Bastava qualche caso. Presunto, ma anche reale. A volte i casi di meningite reale ci sono. A volte un vaso di fiori cade sulla testa di un passante. Allarme Toscana: vari casi di meningite del ceppo C pare che abbiano causato alcune morti. Vero? Falso? Non ci è dato saperlo, ma comunque la strategia del terrore ha attecchito. Emergenza vaccini, vaccini a ruba. Non se ne trovavano neppure più in territorio regionale. Dalla Toscana venivano a vaccinarsi da noi, perfino chi era già vaccinato chiedeva di vaccinarsi nuovamente. Cosa inaudita però è che “l’epidemia” del ceppo C ha fatto schizzare le vendite del vaccino contro il meningococco B.

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La gente chiedeva e chiede vaccini di qualunque ceppo. A, B, C, W vanno bene tutti, basta essere inoculati. Spendono centinaia di euro, sono stati creati ambulatori vaccinali nuovi, milioni di vaccini venduti e, come se non bastasse, con il caso di Cracovia dove stranamente un caso di meningite si è manifestato alla festa della gioventù dove centinaia di migliaia di giovani erano riuniti, la corsa al vaccino ha raggiunto il parossismo. Il gioco è fatto. “Les jeux sont fait”.

Conclusioni

Questo è il lavoro che ho fatto fino ad oggi, queste le emozioni, le sofferenze, le gioie, i pensieri, le scoperte, gli inganni, i segreti. Ciò che amo e ciò che non tollero più. Le mie considerazioni coprono un lungo arco di tempo. Tempo in cui ho visto cambiare le cose, in cui ho riconosciuto in esso le lezioni, i documenti e i libri di Angel Jeanne che vi consiglio di leggere. Ora è tutto più chiaro ed il disegno appare come una grande ombra che cala sulle persone alla disperata ricerca di salvezza. Il tempo stringe, io, che sono in un girone infernale dove vedo la gente sprofondare nel dolore ogni giorno mi accorgo ormai velocemente dei cambiamenti. E i cambiamenti sono drammatici. Ecco il motivo per cui sono qui a scrivere. Perché le mie parole non soccorrono più come prima. Altri mezzi sono necessari ed urgenti. Siamo qui per questo, e non è mai stato indispensabile e improrogabile come in questi ultimi tempi il nostro aiuto.

 

Yousei

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8 Commenti

  1. Adoro questo articolo! Queste storie sono incredibili, ad un certo punto pensavo quasi di leggere un soggetto di un film. La storia dei ragazzi senza futuro mi ha lasciata a bocca aperta! Grazie per aver condiviso con noi le tue esperienze.

  2. Complimenti per questo articolo…le esperienze di vita che facciamo, lasciano sempre un segno, per imparare qualcosa.
    Un forte abbraccio!

  3. Grazie a voi…con chi potevo condividere queste emozioni se non con voi? ❤

  4. Fantastico questo articolo, ho letto tutto in un fiato, esperienze forti che ti fanno crescere veramente ma soprattutto che può comprendere solo chi le vive!

  5. Mi si è stretto il cuore a leggere le tue storie,posso solo immaginare quanto dolore e quanta rabbia puoi aver provato ed ancora provi nella consapevolezza che tutto ciò è stato calcolato dalle industrie farmaceutiche.Troppa gente manipolata e derubata della propria vita.Da molti anni avevo maturato in me la convinzione di ciò che scrivi,una profonda sfiducia nella medicina e nelle sue reali intenzioni verso noi povere cavie.Ma leggerne la conferma da un infermiera è davvero una cosa che fà rabbia. Povera gente.

  6. Wowwwwwwwwwww You che articolo stupendo che hai scritto! Non ho parole, le tue sono state più che esaustive. Complimenti per il coraggio che hai avuto di lavorare in posti come quelli descritti e che tutt’ora hai riuscendo a stare in quel laboratorio. Io non sarei riuscita, credo, ad avere la stessa forza e o stesso coraggio. Davvero una grande persona <3

  7. Yousei sei fantastica!! Una volta arrivata al pezzo di Francesca inevitabilmente mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, quanto amore nelle tue parole, quanta bontà.. ti ringrazio per aver scritto questo bellissimo articolo

  8. Grazie ragazzi…non ci crederete ma se rileggo l’articolo, mi commuovo ancora per ciò che ho potuto vivere… 🙂

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